di Fabrizio Basso
Hanno rodato gli strumenti nelle chiese di Barcellona, inseguendo sonorità influenzate dall'atmosfera e dal patchwork di immagini e sensazioni del mondo latino. Hanno lavorato a lungo sull’aspetto acustico Chris Martin, Johnny Buckland, Guy Berrman e Will Champion. Tutto questo per l’ultimo album “Viva la Vida”. Che in tempi di magra in Italia è intorno alle 150mila copie vendute. Qualche fan irriducibile, quelli per intenderci che ritengono “Parachutes” il loro acuto più intenso, si è stranito ascoltando le influenze che Brian Eno ha lasciato nell’ultima creatura targata Coldplay. Ma ieri sera a Bologna, in un Palamalaguti sold out da mesi (come il Forum di Assago a Milano, dove stasera si replica), e bastata la loro sagoma velata da un sipario che sembrava di tulle per  scatenare la folla. Gli ultimi istanti di attesa hanno avuto come colonna sonora il valzer di Strauss. Le luci potenti partono dal basso. Finalmente quel velo trasparente sale al cielo e mostra Chris Martin al centro del palco, leggermente piegato su se stesso con la chitarra orientata verso il basso come un rabdomante: “Clock” è la prima scossa di adrenalina. Martin è al piano. Sembra seduto su un cuscino di spilli. Non c’è tregua…giusto il tempo di salutare in un italiano incerto ma volenteroso ed ecco “In my Place” cantata da un coro di 12mila persone. Due bracci laterali del palco lo portano in mezzo al suo popolo.


Martin è carismatico. Fa la foca con un palloncino, corre da una parte all’altra del palco come neanche Usain Bolton. Si tinge di viola il proscenio e sulla testa delle persone volteggiano gigantesche lampadine multicolori. Uno scenario tra “Ritorno al Futuro” e il gotico di Tim Burton. Il concerto sembra, a un certo punto, virare verso il sabba: sul mega schermo scorrono immagini schizofreniche in dissolvenza, Martin balla e suona, indossa una maglia celeste con un cuore ricamato sul fianco destro. Devastante l’energia che trasmette: in “42” suona la chitarra, poi la fa girare sulla schiena come fosse un winchester e si mette al piano. Ferma la musica e chiede al pubblico se va tutto bene. E’ il perfetto padrone di casa. Potrebbe anche sedersi a fumare una sigaretta o a leggere un libro che nessuno fiaterebbe. Riempie anche nei silenzi. Come i suoi compagni di viaggio che tengono la scena non da secondi in un gioco di un primus inter pares.


Come folletti spariscono dal palco e riappaiono qualche metro più avanti, su una piccola piattaforma. Sono appiccicati, sembrano una band di un college nel club del quartiere. Poi rientra nel main stage, si infila un palloncino sotto la maglietta e dice: “Fra trent’anni sarò così, assai grassoccio”. La batteria diventa percussione su “Viva la Vida” e si ritrovano tutti e quattro in un fazzoletto di metri, perfettamente allineati, come una falange del rock. La sorpresa arriva sul finale, quando sembra che escano per i bis e invece riemergono in gradinata con “The scientist”: un acustico dolce dolce che rilassa e prelude a un finale country che viene poi compensato con un indemoniato “Politik”, primo dei bis: la batteria è assordante…rimbomba oltre l’urlo dei 12mila, le luci, di un bianco ottico accecante, sembrano giungere dal centro della terra. Su “Lovers in Japan” è un rincorrersi di immagini: Oriente e Occidente insieme sotto un diluvio di coriandoli a forma di farfalla. E alla fine sul grande schermo il sole sorge. Come ogni giorno sul nostro mondo. C’è giusto il tempo per un’ultima manciata di canzoni e per i fuochi artificiali virtuali…è stata una gran festa. Romantica. Stasera sarà Milano ad abbracciare i Coldplay. Sempre Viva la Vida.

La scaletta del concerto

Life in Tehnicolor
Violet Hill
Clocks
In my Place
Speed of Sound
Cemeteries of London
Chinese Seep Chant
42
Fix You
Strawberry Swing
Talk (dance version)/Got Put a Smile
Hardest Part
Postcards from FarAway
Viva la Vida
Lost
The Scientist

Politik
Lovers in Japan
Death and all his Friends

Yellow
Dubliners/Prospekt-s March
(The Escapist)