di PAOLO PAGANI

Il carrello dei bolliti è servito, e il profumo che manda è di quelli buoni. Tornano le rockstar del passato, tutte; riemergono dai fumi dell’hashish e il successo al box office è garantito, come il giubilo di chi si esalta anche per l’ultimo divo effimero inventato dal marketing dello show business. Forse, allora, aveva ragione Patti Pravo, la versione lunare e lagunare dell’omonima e coetanea Smith (Patti): “Se non si muore giovani e hai superato i cinquanta, tanto vale andare sino in fondo…”. Se insomma la maledizione che accompagna ogni spirito ribelle non ti ha spedito all’inferno quando sprofondare era di moda, beh allora, ragazzo mio, ne farai tanta di strada. E così è stato, amen.

Adesso, guardarli suonare è, per i figli dei figli dei fiori che nel frattempo hanno messo al mondo altri figli attaccati all’i.Pod, riavvolgere la macchina del tempo, è come rivedere in bianco e nero i vecchi leoni dei film di Hollywood: Sinatra, Bogart, John Wayne, Mitchum. Sono più dinosauri che leoni, in verità, sopravvissuti all’estinzione della celebrità fuori tempo massimo. Le grandi stelle del rock anni ’60-’70 scintillano accecanti invece di cascare estenuate. E l’antico anatema di ogni bullismo giovanile (“oh, ma te la immagini una rockstar che muore di vecchiaia? Naaa…”) si trasforma, giorno dopo giorno, in eresia e dunque in elisir di lunga vita per chi ha appartenuto a un’altra era geologica.

Spopolano ancora i dinosauri del rock. Satanici e, oramai, ultrasessantenni. Vecchietti che hanno stretto tanto tempo fa un patto elettrico col Demonio delle Fender, strumento di lavoro di ogni satana del rock, e se la godono ancora e sempre, proprio come una volta. Simpathy for The Devil era o non era l’inno di Mick Jagger già da giorni non sospetti? Come non fossero trascorsi 40, 35, minimo 30 anni per chi è più “teenager” tra i “ragazzi del ‘69”. Non battono la fiacca. Ma calpestano gagliardi, con la sciatica anestetizzata dall’adrenalina ritrovata, i palcoscenici che rimbombano di watt.

Gli Stones, Leonard Cohen (74 anni), Joan Baez che è in tournée per farci ripassare il sound dell’altra-America alla vigilia delle elezioni, “Slow hand” Eric Clapton, i Clash di una Londra che non c’è più, i Led Zeppelin di The Song Remains the Same, “Carlito” Santana anche senza più spinelli fumanti infilati nel manico della Gibson d’ordinanza, Stephen Stills del mitico quartetto CSN&Y, Bob Dylan, i Deep Purple di Ian Gillan con l’immortale chiasso di Smoke on The Water in repertorio, gli Who di Roger Daltrey. E vogliamo scordare Ian Anderson, guru e pifferaio dei Jethro Tull di Thick as a brick, o certe performance solitarie e saltuarie di Roger Waters e David Gilmour, il raffinato, magnifico chitarrista dei Pink Floyd, rimasti però privi di Richard Wright, il sessantacinquenne tastierista appena morto di cancro? Sarà che fumare le ceneri di tuo padre, come Keith Richards ha confessato d’aver fatto, aiuta. O sarà solo che le grandi stelle rock del passato hanno ancora qualcosa da insegnare. Sarà che, con lo Sport, il rock sincero, quello garantito da decenni di sballi e sberleffi al perbenismo, è l’unico linguaggio capace di parlare a chi non ascolta le parole, ma trema se l’emozione trasmessa è vera. Lunga vita ai dinosauri, e che al carrello dei bolliti non manchi, ancora per un po’, la salsa verde. Forever Young, per sempre giovani, come insegnavano Dylan e Rod Stewart (May your song always be sung/ May you stay forever young). Quando hai provato ad essere giovane disobbedendo ai genitori, forse non smetti mai di esserlo.


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