di Fabrizio Basso

Sotto le stelle dal jass. Non è sbagliato. At the beginning, come direbbero gli yankee, all’origine, come diremmo noi si chiamava così perché lo suonava un tal mister Jass e la gente gli urlava “Go Jass Go Go”…e lui andava con quella musica che non è solo musica ma è anche colore e arte. E’ evocazione. Poi è diventato jazz. E’ uscito dal perimetro di Storyville, il quartiere a luci rosse di New Orleans dove si mescolava al sudore, al respiro, ai gemiti, alla rabbia e alla disperazione, e ha invaso il mondo. Il Novecento è il secolo del jazz. E’ indiscutibile. Il Mart, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto lo celebra con una esposizione, aperta fino al 15 febbraio 2009 (dal 17 marzo al 28 giugno traslocherà al Musée du Quai Branly di Parigi per terminare il viaggio dal 21 giugno al 18 ottobre al Centre de Cultura Contemporània di Barcellona), che ha un titolo geniale nella sua semplicità, “Il Secolo del Jazz”. Il direttore del Mart Gabriella Belli e il curatore della mostra Daniel Soutif hanno raccolto le opere in sezioni temporali: prima del 1917, la “Jazz Age” in America dal 1917 al 1930, Harem Renaissance 1917/1936, Anni Folli in Europa 1917/1930, L’era dello Swing 1930-1939, Tempo di Guerra 1939-1945, Bebop 1945-1960, West Coast Jazz 1953-1961, la Rivoluzione Free 1960-1980 e Contemporanei 1960-2002. Il percorso è accompagnato da musiche che si rincorrono e accavallano, da filmati rari e di rara intensità, tra cui un’opera di Murnau. Copertine di album, sculture, un meraviglioso Basquiat e poi Ricasso, Matulka, Picabia, Van Vechten, Otto Dix, Jan Cocteau, Mondrian, Dubuffet, Andy Wharol…un elenco sterminato di oltre mille opere, raccolte in una catalogo edito da Skira che è una passeggiata lunga davvero cento anni. Una testimonianza che libera i cuori, apre le menti, scalda le passioni. Un suono universale che accompagna l’uomo moderno: il jazz è l’individuo che non insegue più la posterità ma vive la quotidianità. Ricordate il pianista sull’Oceano interpretato da Tim Roth? Ricordate il suo “Fanculo il jazz”? Era un atto d’amore. Perché il jazz è amore. E il solo rimpianto, visitata la mostra, è quell’aria pulita, senza volute di fumo e odore di alcol. Perché il jazz è un sudario. Ma non importa. Magari, se vorrete se potrete, recuperate la sera a casa: un sigaro toscano, un rum agricolo che fa bruciare la gola, il catalogo da sfogliare col biglietto della mostra come segnalibro e, in sottofondo, del buon…jass!