di Fabrizio Basso

Due per uno. Impropriamente. Perché sarebbe più giusto una per cento. Beatrice Antolini, artista enigmatica, affascinante, talentuosa, ha realizzato il suo album “A due” praticamente da sola, segregandosi volontariamente a Marano sul Panaro “a casa del fonico Davide. Volevo fare tutto da sola. Una scelta nata dalla necessità di mettermi alla prova”. La Antolini, che è prodotta dall’etichetta indipendente Urtovox, con “A due” segna un taglio netto col precedente album “Big Saloon”. Il nuovo lavoro si basa su arrangiamenti vertiginosi quanto controllati, capaci di spaziare, in un accordo e senza forzature, dalla ballad anni Cinquanta di “Clear my eyes” all’incredibile mix di latin rock e new wave che è “A new room for a quiet life”. Fino alla ciclopica “Taiga”, che sembra un elemento estraneo nel disco: “E’ una sfida perché è giocata tutta sulla stessa tonalità. La dinamica degli strumenti è stato l’aspetto più particolare. E’ davvero diverso da tutto il disco. Comunica un senso di straniamento”.

Ecco perché non è improprio sostenere che la Antolini rappresenta un caso unico nel panorama musicale italiano: Beatrice ha scritto, arrangiato e suonato quasi tutti gli strumenti, imprimendo la propria personalità a ogni canzone del disco. Influenze quasi schizofreniche, che saltano dalla classica melodia italiana alle nevrosi stile Talking Heads che animano la conclusiva “Taiga” si amalgamano in ogni singolo pezzo, costruendo un mosaico policromo in cui il gusto del dettaglio e la visione d’insieme diventano una cosa sola”. Nativa di Macerata, Beatrice Antolini ha manifestato fin da bimba la sua passione per la musica, che poi è tracimata in altri ambiti: “Ho scritto per il teatro e mi sono dedicata a letture animate per bambini. Ho solo un rammarico: ultimamente scrivo meno ma è anche vero che da tre anni non sto ferma. Sono sempre stata solitaria anche se ho imparato, col tempo, a sviluppare una certa socievolezza. Ma quando scrivo ricerco la solitudine". Ma ascoltandola non si è mai soli.