di Marco Agustoni

Per molti si chiama semplicemente The Beatles, unica scritta presente sull’immacolata copertina del disco. Ma alla stragrande maggioranza delle persone è noto come White Album, proprio a causa del bianco imperante di quella storica cover. Era il 22 novembre 1968 e, ancora una volta dopo Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, i Beatles si apprestavano a lasciare un segno nella storia del pop. Ora sono passati quarant’anni esatti, e l’influenza del White Album sulla musica contemporanea rimane evidente.

Puro condensato di Beatles, eppure punto di svolta nel modo di fare musica della band di Liverpool, questo doppio album è stato concepito e realizzato in un periodo particolare della storia del gruppo. Per quanto all’apice del proprio successo, Lennon, McCartney, Starr e Harrison non erano mai stati così divisi, e la travagliata session di registrazione del White Album contiene i prodromi della vicina separazione del quartetto.

Ma il White Album è anche il risultato di una rivoluzione creativa all’interno dei Beatles, reduci da un soggiorno spirituale in India durante il quale sono state concepite molte delle canzoni del disco. L’approccio sperimentale della band si traduce nell’eterogeneità delle trenta canzoni dell’album. Brani come Ob-la-dì Ob-la-dà, Helter Skelter, Sexy Sadie, Back in the U.S.S.R., While My Guitar Gently Sweeps sono solo un esempio della ricchezza di questo disco. Il resto, è Storia, così come lo è quella copertina così essenziale eppure destinata a colpire l’immaginario e a suscitare innumerevoli imitazioni.