di Carlo Goldstein    

Abbiamo incontrato Daniele Gatti alla vigilia delle prove per l’atteso Don Carlo che aprirà la stagione scaligera di quest’anno. Dagli studi a Milano alla consacrazione londinese, dall’inaugurazione di Bayreuth all’Orchestra Nazionale di Francia: molti i successi   degli ultimi anni. Ma il primo 7 dicembre per un direttore è comunque qualcosa di speciale…
   

Che effetto le fa tornare alla Scala da protagonista dopo tanti anni di assenza?
Mi risulta difficile descrivere la sensazione che provo a tornare a Milano. Quando ero studente, andavo tutte le sera alla Scala,   tutte le sere in loggione a vedere spettacoli, opere, concerti sinfonici. In quegli anni i sogni erano tanti… Dopo le prime esperienze nell’88 con L’occasione fa il ladro , decisi di restare lontano da un luogo così importante ma allo stesso tempo così pericoloso per un giovane musicista.   Sono passati tanti anni nei quali ho osservato la Scala da lontano sempre nella speranza di poterci tornare un giorno,   con molta serenità. Questo è avvenuto con il Lohengrin nel 2007, un’opera che non veniva rappresentata da diversi anni. E’ stata una rentrée estremamente significativa per me, preceduta da un concerto con la Filarmonica nel 2006. Due anni fa il sovrintendente mi ha offerto questo 7 dicembre; lascio immaginare a chi ha sensibilità cosa può provare un musicista ad affrontare un punto d’arrivo come può esser questo.  

Lei negli ultimi anni è stato il protagonista di diverse inaugurazioni e concerti di gala , eventi   paragonabili al 7 dicembre. Ma c’è un qualcosa che rende questo appuntamento italiano diverso da tutti gli altri sia artisticamente che socialmente?
Credo sia totalmente diverso da quello che ho vissuto fin ora e non credo ci sia una situazione equiparabile al 7 dicembre in nessun teatro al mondo. A Milano l’intera città si mobilita. È un momento anche artisticamente parlando molto particolare perchè tutti si sentono veramente parte in causa. Gli artisti che si ritrovano a collaborare insieme per settimane devono dare prova di una tenuta di nervi e di impegno incredibile, la cosa più importante è che le prove vengano fatte serenamente: poi i risultati arrivano. Io cerco di vivere questo 7 dicembre come una festa.

Com’è nata la scelta di Don Carlo per questo 7 dicembre e che Don carlo ci dobbiamo aspettare?

La scelta è nata su mio suggerimento. Quando Lissner mi   parlò dell’inaugurazione mi propose diversi titoli ma Don Carlo è una delle opere che amo di più e che mancava alla Scala dal 1992. Mi è sembrato il titolo adatto per inaugurare un teatro di questa importanza. Abbiamo deciso di mettere in scena la versione dell’opera in 4 atti   perché qui la vicenda d’amore tra Carlo e Elisabetta è messa sullo sfondo mentre viene data più rilevanza alla figura di Filippo come uomo politico, come capo di stato. L’allestimento sarà molto pulito e lineare in corrispondenza con quella che secondo me è la drammaturgia verdiana dove è la recitazione degli artisti ad essere il fulcro principale. Sarà un allestimento destoricizzato perché i temi che vengono toccati sono temi universali: amore, destino, politica.

Tratto da Classica Magazine novembre 2008

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