di Chiara Ribichini

Un inno alla vita, un’espressione di gioia, spensieratezza, leggerezza, ma anche di forza fisica ed energia. E’ la danza del coreografo statunitense David Parsons, vera icona della Post Modern Dance, molto amato in Italia (ha realizzato anche alcune coreografie per la cerimonia di chiusura delle Paraolimpiadi di Torino del 2006 e per il festival di Sanremo nel 2007). Una danza senza pretese, ma con la rara capacità di far avvicinare chiunque a un’arte spesso considerata elitaria. Commerciale? Forse. Certo è che lo spettacolo “The best of Parsons Dance”, che torna sul palco del Teatro Smeraldo di Milano dopo il successo di pubblico e critica dello scorso anno, piace a tutti, esperti del settore e non.

“Vedere uno spettacolo della Parsons Dance è come guardare qualcuno che canta sotto la doccia: sono ad un tempo intrepidi, liberi, divertenti”, scrive il New York Times.
Ed ecco che come i brani alla radio, scorrono i pezzi più celebri del coreografo. Il sipario si apre con Nascimento, un tributo allo spirito brasiliano e alla musica del chitarrista omonimo. Le coppie di danzatori volano sul palco, disegnano nello spazio figure leggere ed eleganti. E’ un movimento “tutto in su”, ricco di salti e sospensioni, con gli accenti musicali che coincidono sempre con il momento in cui i danzatori sono in aria. Solo per un attimo, gli interpreti si adagiano tutti a terra, uno accanto all’altro, come in un quadro. Un abbraccio corale prima di spiccare nuovamente il volo.
L’atmosfera si fa più densa e profonda con My Sweet Lord, creato per l’American Ballet Theatre su musiche di George Harrison. Sul palco un uomo, quasi completamente immobile, osserva una donna che danza intorno a lui. E’ un pezzo più emozionale, con un movimento molto più legato alla terra. E il sentimento prende il sopravvento.

David Parsons, ex tuffatore e ballerino prodigio dei Momix, ha una stile del tutto personale, con contaminazioni della danza contemporanea di Paul Taylor, che è stato il suo maestro, e movimenti più vicini alla ginnastica artistica. Altra caratteristica delle sue coreografie è l’uso della luce. Non va dimenticato, infatti, che la stessa compagnia è stata fondata nel 1987 da David Parsons insieme con il light designer Howell Binkley. In Hand dance nel buio del palco si illuminano dieci mani. E’ una coreografia giocosa, costruita sul ritmo vibrante della musica di Kenji Bunch in cui, attraverso la gestualità, cinque danzatori riescono a creare un’infinita varietà di immagini: dall’afferrare e dare forma ai pistoni di una locomotiva fino al suonare un violoncello nell’aria.
L’uso della luce è il segreto del successo di Caught, la coreografia più famosa dell’intero repertorio della compagnia, creata da David Parsons per se stesso nel 1982. Sulla scena c’è un solo ballerino che esegue una serie di salti. Le luci stroboscopiche si accendono solo nel momento in cui il danzatore è sospeso in aria. L’effetto è travolgente. Pubblico in delirio e applausi a scena aperta.
Chiude la serata In The End, un pezzo corale sulla musica della Dave Matthews Band, che esalta le doti atletiche dei danzatori.
The best of Parsons Dance sarà in scena al teatro Smeraldo fino al 22 febbraio.