di Paolo Pagani

Quando arrivava il momento di Stephen Demetre Georgiou, velluto sui mangiadischi delle feste danzanti dei ragazzi degli anni ’60, si svoltava: Cat Stevens, classe 1948, nome d’arte molto più celebre di quello anagrafico, ha inondato di emozioni le tempeste ormonali di una generazione che scopriva i balli lenti a tapparelle abbassate quando i genitori, di pomeriggio, erano fuori casa. Stephen/Cat ritorna. Nel frattempo, si sa: lui si è aggiunto un nome e un cognome politically correct: Yusuf Islam, conseguenza di una conversione musulmana datata 1978.  Dopo un silenzio trentennale, nel 2006 aveva buttato in pasto alle anoressiche platee dei suoi fan anni ’70 un album soave: Another Cup, copertina tranquilla che ritrae l’autore mentre sorseggia un cafferino, la fedele chitarra poggiata al muro. Si vede che ci ha provato gusto assai. Perché il 5 maggio, data infausta per ogni interista o seguace di Napoleone ma non per chi ama certe inconfondibili sonorità acustiche, il Gatto sforna Roadsinger. Bello già nel titolo, traducibile a spanne come il menestrello della strada. Alleluja.

"Il nuovo riprende il discorso musicale da dove Cat Stevens l’aveva lasciato", parola di Yusuf Islam medesimo per spiegare alle masse la decisione. Cat sfoglia di nuovo, e da maestro, il libro (ingiallito) di un pop d’autore, tenero e struggente, alimentato dal timbro di una voce calda e precisa che il freddo degli anni non ha guastato. Vecchia anima (pop, appunto) e nuova identità (l’Islam, moderatissimo però, nessun fanatismo). Mix di dirompente morbidezza. Ha detto ancora il Gatto Stefano, come noi ingenui groupies in brache ancora corte storpiavamo l’inglese: "Non ho nulla contro il fatto che la gente mi riconosca come Cat Stevens. Per un sacco di gente quel nome ricorda qualcosa di importante che non vogliono dimenticare". Vangelo. O Corano, fate voi. Insomma: purissimo oro colato che sgorga dalla barba del figliuolo di un ristoratore di Soho, Londra, diventato icona universale della tolleranza. Un po’ freak, un po’ hippy a Kathmandu, canne innocenti e libero amore. Allora sotto, l’occasione è ghiotta, a scaricare sugli i.Pod flautate playlist che spiovono dalla lontananza delle siderali galassie di quegli anni. Do you rember? Capolavori come Tea for the Tillerman, o certi singoli da party al buio con la morosa sdlinquita tipo Where do the children play, Wild World, Father & Son, Lady d’Arbanville (dedicato a un’attrice ed ex fidanzata di Stevens); o 33 giri da brivido e abusati sino allo sfinimento come Catch Bull at Four. Torna tutta quella roba lì. Nostalgia? Come no. Il passato, scusate, esiste apposta.

Cat Stevens in Where Do the Children Play