di Fabrizio Basso

Tra Vinicio Capossela e Folco Orselli, tra Trilussa e Alvaro Amici lì si colloca Alessandro Mannarino, trentenne romano che ci porta al Bar della Rabbia, dove storie di periferia ed emarginazioni, di uomini e semidei, pescate nella quotidianità o in un mondo astratto che popola i sogni di questo chitarrista ruvido nei suoni e nella voce ma capace di affabulare. Come facevano gli artisti di strada nelle corti medievali. Da guardare con diffidenza, ma per i primi cinque minuti…poi il guitto ti ipnotizza e ti porta nel suo mondo.
In questo caso il Bar della Rabbia.
Da anni sognavo di fare un album. Ci ho provato con un paio di etichette ma non mi hanno convinto poi o trovato la Leave, che si appoggia alla Universal, e il disco è nato.
Comprese Intro e The End sono 14 canzoni.
Buone ne avevo circa il doppio. Ho cercato di metterci un po' tutto il mio mondo, un paio in romanesco, due più danzerine, ballad…certo mi sarebbe piaciuto osare di più, metterci quella che io chiamo selvaggitudine. Comunque raccoglie tanto della mia cultura musicale. Sono un autodidatta e c’è molta differenza tra un concerto e registrare un disco.
Soddisfatto?
Molto. Da una parte il mio lavoro si è impreziosito dall’altra mi è spiaciuto dover accettare alcune limitazione imposte dalla realizzazione di un disco.
Come nascono i testi?
Pesco nell’immaginario. O camminando per le strade. Ho scritto soprattutto negli ultimi tre anni sulla mia terrazza del Casilino. Parlo della vita notturna nel rione Monti o a San Lorenzo. Mi ispirano le poesie di Trilussa che mi cantava mio nonno. I barboni e i pagliacci sono figure immaginarie che mi permettono di raccontare storie mie.
Come definirebbe il suo genere?
Stornellata mi sembra riduttivo per l’aspetto musicale ma ha una sua verità: uno va per strada e racconta le sue cose. Poi sono entrati elementi musicali né romani né italiani ma balcanici, brasiliani e africani. Avendo fatto per anni il deejy con la chitarra ho ascoltato molto musica proveniente da lontano, quindi quando scrivo ho echi e riferimenti.
Ha un nume tutelare?

Certo, Tom Waits. Siamo in tanti a essere nipoti suoi. Anche nel modo di fare spettacolo.
Perché come titolo Bar della Rabbia?
E’ il luogo dove poter raccogliere tutte le mie storie. E’ il bar che vedevo di fronte a casa, con gente che beveva e giocava a carte. Mi è venuto spontaneo ambientare lì i miei racconti in musica
La sua famiglia che pensa?
Per anni mi hanno osteggiato. Mio padre ha fatto sacrifici per farmi studiare ma ora è contento, so che ascolta spesso il disco. Più si arrabbiavano e più mi ostinavo sulla mia strada. Spero di avere fatto la scelta giusta.
Che ascolta in questo periodo?
Del mio disco non ne posso più. Però mi è successa una cosa stranissima e bellissima. Quando facevo il deejay giravano dischi di una label che si chiama Putumayo. E io li ascoltavo. Mi hanno contattato perché a maggio esce un disco intitolato Italia e che contiene la mia Me so ‘mbriacato. Quando sono stato da loro c’era uno scaffale pieno di dischi: mi ha detto che se qualcuno mi interessava potevo prenderlo. Mi sono fatto dare una busta e ho fatto il pieno. E ora me li ascolto. Una goduria.
Insomma un periodo magico
Davvero. Non ho una lira ma va tutto bene. Sono pure tra i finalisti di Musicultura.
Pensa già al prossimo disco?
Un concept sulle stelle. Volo in un’altra dimensione e vediamo che viene fuori.

Non si sta poi così male al Bar della Rabbia. Oste portaci un altro litro...

Alberto Mannarino in Bar della Rabbia