di Marco Agustoni

Debutta Giovanni Baglioni: cognome ingombrante, ma suona la chitarra come pochi. Ecco l'intervista.

A breve esce il suo primo disco, Anima meccanica: ha voglia di raccontarcelo?
È un album che ha diversi quadri, che sono anche un po' eterogenei. Sono pezzi esclusivamente per chitarra acustica, grazie alla quale io tento anche di raccontare delle storie, delle suggestioni tradotte in questo linguaggio che può sembrare ermetico ma non lo è poi così tanto. Il collante, più che altro, è che sono tutti pensieri miei, non è un album concettuale che racconta una storia che si snoda.
Come nasce la scelta di votarsi interamente alla chitarra acustica?
È stata una scelta molto in discesa. Mi sento quasi scelto, da un certo punto di vista. Prima io suonavo in gruppo ma era un'esperienza musicale con scarse ambizioni professionali. Poi, anche abbastanza tardivamente, sono venuto a contatto con un disco di chitarra solista: Only di Tommy Emmauel. In principio l'ho ascoltato anche con un po' di pregiudizio, pensavo che fosse qualcosa di troppo lontano dalla mia concezione della musica. Invece l'ho sentito molto attuale e, inizialmente per riuscire a suonare quei pezzi, mi sono messo a studiare da autodidatta e poi sono andato a lezione da un maestro, e così ho sviluppato questo modo di suonare che mi ha permesso di esprimere le mie idee.
Non avverte mai il bisogno di accompagnare la melodia con la parola?
Per adesso come forma di espressione mi basta questo. Non lo escludo in un futuro però finché non lo sentirò come esigenza di certo non affronterò una strada di questo genere.
Nei suoi brani traspare una notevole conoscenza dello strumento e di tecniche particolari come il tapping, tanto care ad artisti come Preston Reed e Kaki King. Quanto conta la competenza tecnica e quanto l’istinto, nella sua musica?
Inizialmente sono rimasto affascinato dall'appeal spettacolare che poteva avere questo modo di suonare. Però, apprese le tecniche e le gestualità, ora cerco in una maniera intellettualmente onesta di metterle al servizio di idee musicali, cosicché l'utilizzo di un determinato gesto sia anche un'esigenza scenica ma in maniera maggiore un'esigenza musicale.
Anima meccanica è il suo primo album, ma ha comunque una notevole gavetta alle spalle. Quanto questi anni passati a suonare dal vivo,  in gruppo o da solista, o ancora in tour con suo padre Claudio, si sentono nei brani del suo album?
Non sono pienamente consapevole di che peso abbiano tutte le mie esperienze, sia come musicista che come semplice fruitore di musica, in ciò che sto scrivendo. Forse, più che nella composizione stessa hanno avuto un peso nel come gestire il pubblico. Sono state esperienze valide sia quelle in cui ho suonato con il mio gruppo sia quelle in cui ho accompagnato mio padre. Di queste ultime le più gratificanti sono state sicuramente le più recenti, nelle quali, al contrario delle prime in cui la giustificazione della mia presenza sul palco era lo stretto grado di parentela, io ho apportato qualcosa di artisticamente valido allo spettacolo. È stata una gratificazione essere lì per il mio valore di artista.
Il 3 aprile 2009 suona al Blue Note di Milano, locale che ha ospitato e ospita i grandi nomi del jazz e del blues di oggi. Per fama?
Il Blue Note è un tempio sacro, in un certo senso. Però mi conforta il fatto che pochi giorni dopo ci suoneranno Tuck & Patti, con cui ho un certo legame perché già un paio di volte ho aperto dei loro concerti. In un certo senso loro mi hanno fatto da chioccia nelle situazioni in cui ci siamo incontrati, mi hanno dato molta fiducia. Forse non è un caso che siano proprio lì appena dopo di me, quasi a tranquillizzarmi.