Dal 1° aprile è in libreria Foto di gruppo con chitarrista, MAURO PAGANI, editore RIZZOLI, pagine 364, 17,50 euro. Mauro Pagani è nato nel 1946 a Chiari, in provincia di Brescia. Nel 1970 insieme a quattro amici ha fondato la Premiata Forneria Marconi. Dal 1977 ha avviato un’intensa carriera da solista e molte collaborazioni illustri, fra cui quelle con Demetrio Stratos, Gianna Nannini, Vasco, Ligabue. Ha inciso dischi e scritto colonne sonore per Gabriele Salvatores. Dal sodalizio artistico con Fabrizio De André, lungo 14 anni, sono nati capolavori come Creuza de Mä e Le Nuvole. Foto di gruppo con chitarrista è il suo primo romanzo.

di PAOLO PAGANI

Dai, da Pagani a Pagani parliamoci subito chiaro per chi non c’era: gli anni ’70 che abitano il tuo romanzo sono stati o no il miglior decennio del Dopoguerra?
“Per l’Italia sì, assolutamente. Io sarei più preciso ancora: il più bel decennio del Dopoguerra va dal ’67 al ’77. Il ’67, nel mondo intero, è stato l’anno più importante del rock. Escono i primi album dei Pink Floyd, dei Doors, di Jimi Hendrix, dei Traffic… Devo andare avanti? E il ’77 fa ancora in tempo ad esprimere la sua bella fiammata provocatoria, con la nascita del punk. Poi, da lì in avanti, vincerà il Prodotto sull’Arte. Ma è lì, a fine anni ’60, che arriva il mondo dei giovani. Fino a quel momento noi tutti eravamo solo adulti in attesa… Si affaccia, di colpo, la generazione del voglio-tutto-e-subito. La libertà comportamentale, sessuale, un’esplosione incontenibile di energia. Ti ho risposto?”

Come no. Ma allora perché un libro scritto da un musicista gasato inizia nel ’69 e non parte dal concertone di Woodstock (15-18 agosto), ma dal 7 dicembre, le uova dei mili-tonti  (come chiami tu i militanti un po’ dogmatici del cosiddetto Movimento) lanciati contro i damerini della Prima della Scala a Milano?
“Woodstock, dici… Beh, quella data, il 7 dicembre, aveva molto a che fare con me: era una Milano ancora sospesa. C’erano sì gli scazzi della Politica. Ma era un po’ come nei ragazzi della Via Paal, una banda contro l’altra. Quella era una Milano particolare, molto diversa da quella di oggi. E tieni conto che io ci sono arivato, come il Sonny del romanzo, dalla provincia profonda, ero spettatore, per la primissima volta in vita mia, del succedere delle cose. Il trip per l’India di tanti giovanotti, la musica. Sono un musicista, vero, ma la musica è un pretesto per raccontare Milano, la gente di Milano. Il romanzo è su quella roba lì…”.

Adriano Sofri ha scritto, a proposito del libro: “Al principio c’era la musica, poi venne la politica, poi tornò la musica”. E’ quella l’unica cosa vera, quella che alla fine della fiera resiste al tracollo degli ideali di una generazione?
“La musica è il torrente sul quale galleggiano i sogni delle generazioni…”.

Che poeta
“No, dai, davvero. La musica non è quasi mai rovinata dalle gabbie ideologiche. In fondo, persino nelle assemblee politiche del tanto vituperato ’68 c’era già tutto quello che conta, cazzo. L’ecologia, l’ambiente, la speranza, i sogni. Certo, i mili-tonti poi hanno buttato fuori tutto a pedate. Ma il sogno continuava a esistere”.

Tra l’altro hai confessato d’essere stato un gran secchione a scuola, tutti nove in latino e greco. Quindi la tua non è stata la scelta del fricchettone somaro che opta per la chitarra al posto del vocabolario…
“Sì, ero uno bravo a scuola, ma perché avevo bravi insegnanti nel collegio di Treviglio dove i miei mi avevano iscritto. E diciamo che ho retto fino alla maturità, poi la voglia di studiare mi è passata, e andavo benone negli scritti, ma negli orali ero una ciofecona. Posso dire una cosetta sulla Gelmini?”.

Prego, siamo qua apposta. Bresciana come te.
“Lascia stare, va là, che quasi quasi chiedo asilo politico altrove. La ministra vuole negare la maturità a chi ha insufficienze in pagella. Dico: tutti abbiamo avuto professori che ci odiavano e che odiavamo… I votacci fioccano anche per quei motivi. E allora trovo immorale, anti-educativo, che un ministro dell’Istruzione legittimi l’essere succubi degli insegnanti, sanzionando senza distinguere né ragionare”.

Dai, buttiamola in musica: vai di Hit Parade degli Irrinunciabili degli anni ‘70 Partiamo dalla Mahavishnu Orchestra del raffinato John McLaughlin.
“Stupefacenti, voto 9,5 per non strafare subito”.

Gli Area di Demetrio Stratos: i suoi funerali, nel  giugno ’79, chiudono il tuo romanzo come simbolo di un’epoca che muore.
“Erano la cosa più all’avanguardia del cosidetto Progressive Rock italiano. Voto 10, adesso mi allargo”.

I King Crimson.
“Dieci anche a loro, raffinatissimi”.

I Weather Report di Jaco Pastorius
.
“Posso dare 10+? Mamma mia, giganteschi”.

I Jethro Tull, in fondo sei pur sempre un flautista come il capellone Jan Anderson.
“Ma, sai… Do un 8,5. Grandissimi, ma meno interessanti di quelli che abbiamo nominato”.

I Gentle Giant.
“Orco cane, che grande passione ho sempre avuto per loro. Eravamo amicissimi, tante volte assieme in tournée. Pensa che ci davamo appuntamento a cena nei ristoranti indiani, in qualunque città del mondo ci si trovasse, perché sia noi Pfm che loro impazzivamo per quella cucina… Anche loro sono stati esponenti forse minori, ma molto importanti, del Progressive che a quei tempi furoreggiava”.

Pardon, per i cultori delle nicchie: Stormy Six e Banco del Mutuo Soccorso ce li scordiamo?

“Massimo rispetto per gli Stormy di Umberto Fiori e compagnia. Che hanno vissuto contraddizioni insanabili: per chi non lo sa, erano i cantautori ufficiali del Movimento Studentesco. Erano cioè, e qui pregherei di mettere le maiuscole e le virgolette all’espressione, i tipici 'Musicisti Democratici'. Grandi persone, intellettuali veri. Prestati alla musica. Il Banco? Noi, loro, le Orme eravamo un po’ la stessa roba: tutti seguaci di certe atmosfere favolistiche, gli elfi, le musichine medievali, il Progressive all’italiana. Li ricordo con tanto affetto”.

Il violino è uno stronzo, fai dire a Mauro nel romanzo. Vorrei un giudizio su ciascuno degli strumenti che suoni
“Vero: non lo studi? Suoni male. Matematico. Io mi esercito 1-2 ore tutti i giorni da 50 anni suonati. La chitarra? Credimi, non mi considero un bravo chitarrista. Ecco, diciamo che la chitarra ti aiuta, è più comprensiva del violino, è più alla mano… Il flauto è lo strumento più facile. Ma va tenuto caldo: io mi sono distratto per una diecina d’anni. Come diceva un mio professore del Conservatorio, dove per il grande rammarico della mia mamma non mi sono mai diplomato ma ho seguito i corsi da privatista, il flauto lo metti fuori dalla finestra e suona da solo… Basta un po’ di vento tra i fori”.

Componi con la chitarra o il pianoforte?
“Compongo con il bozouki, davvero, il piano lo uso per controllare le voci”

E gli artisti di riferimento?
“Jerry Goodman per il violino, anche il polacco Michal Urbaniak. Ma ti rivelo un segreto sotto forma di suggerimento per chi suona: io, per migliorare col violino, mi ispiro a grandi musicisti di altri strumenti, a Jimi Hendrix, a B.B. King, alla tromba di Miles Davis. Perché il violino non ha ancora avuto il suo Jimi Hendrix, l’uomo della rivoluzione…”.

Sonny, protagonista del tuo romanzo, sembra un chitarrista sfigato. Però ne esce benone, il libro celebra la sua parabola, la sua purezza. Mauro della Pfm, che poi sei tu, non fa la stessa figura: alla fine, da che parte stai?
“Vero, il mio è il romanzo della purezza di Sonny. Un libro che ho scritto in due anni e mezzo, con grande fatica. Toglievo, toglievo, mi è costato tanto. Perché ho imparato che bisogna aspettare sempre, quando lavori, che l’emotività scemi un po’. Asciugare va sempre bene.  Io avrei voluto essere lui, essere Sonny. Io non volevo fare dischi, volevo suonare, mi bastava e avanzava quello. Io ho sempre avuto buone capacità di mediazione, io so andare d’accordo dentro una band, Sonny no. Ecco perché siamo diversi… ecco perché lo invidio ”.

Prossima tappa di Mauro Pagani  sabato 25 aprile a Firenze, ore 21, Teatro Verdi con l’Orchestra della Toscana: un recital sui Canti di Libertà dal mondo. Perché, come dice Marchino a Sonny nelle battute finali del romanzo: “Beh, in fondo poteva andare peggio”. “Ah sì? E in che modo?”. “Potevamo vincere”.  E invece, così, la Resistenza continua. A ritmo di Fender, of course. Magari con i due prodigiosi musicisti del trio Pagani (Joe Damiani, batteria; Eros Cristiani, tastiere).

Impressioni di settembre MAURO PAGANI

Mauro Pagani & Cristiano De Andrè - Creuza De Ma

PFM - La Carrozza di Hans

Weather Report - Birdland

Birds of Fire - Mahavishnu Orchestra

King Crimson - I Talk To The Wind

LOOKING FOR SOMEONE - GENESIS

Area - Luglio, agosto, settembre (nero)/La mela di Odessa