Milano, dicembre ’69. In piazza della Scala volano uova imbottite di vernice rossa. In Galleria e nei night le note si fanno più dure. La musica sta cambiando. In una pensione di via Archimede vive ancora qualche materna puttana, mentre nelle trattorie più defilate, sui Navigli, già circolano gli occhi violenti dei gangster. Di lì a poco la bohème del Sessantotto finirà sotto le macerie della Banca Nazionale dell’Agricoltura. La vernice diventerà sangue.

Gli scossoni di questi anni inquieti attraversano anche la storia di Sonny, chitarrista di belle speranze, sempre in giro per il mondo a rincorrere un’identità. Sempre inseparabile dal suo strumento, fonte di gioie e rovelli: il vero centro delle sue passioni. A Londra, a Miami, a Cuba, dovunque ci sia musica da suonare, una donna da tenere fra le braccia o l’amico Mauro da festeggiare, quello che aveva sempre avuto una fortuna sfacciata, quello che ce l’aveva fatta. Ma i colori della realtà si fanno sempre più lividi, le tensioni collettive sfumano, o deludono, e quelle esistenziali diventano distruttive: come succede nel sogno infranto del Parco Lambro, dieci anni dopo. O in un casinò di Campione, dove Sonny si ritrova una notte forse solo per sentirsi dire “rien ne va plus”. Scanzonato e profondo, visionario e lucido, teso come una corda di violino e dolce come le note di un flauto, il primo romanzo di Mauro Pagani tocca molti tasti, sentimentali e politici. Senza troppe nostalgie, non per ricordarci come eravamo, ma come avremmo potuto essere.

LEGGI Mauro Pagani: "Solo sulla musica galleggiano i sogni". L'INTERVISTA