di Chiara Ribichini

Il suo modo di danzare, assolutamente personale, ha ispirato coreografi del Novecento del calibro di Alvin Ailey e Maurice Béjart, che hanno creato per lei balletti passati alla storia della danza come La dea delle acque e La luna. Il suo corpo, flessibile e duttile, le ha permesso di spaziare dal classico più puro al contemporaneo.
Luciana Savignano è stata ed è una danzatrice fuori dalle etichette. Formatasi al Teatro alla Scala di Milano, di cui divenne étoile, e perfezionatasi al Teatro Bol'šoj di Mosca, è diventata l’icona di una danza che ha ben poco di accademico ma che esplora diversi linguaggi del corpo seguendo le pulsioni dell’anima. E così negli anni ’70 si è spogliata del tulle del tutù ottocentesco e romantico per interpretare le eroine delle creazioni più celebri dei coreografi contemporanei: da prostituta de il Mandarino Meraviglioso di Mario Pistoni (balletto con cui ottenne la prima grande affermazione) a ninfa nella versione di Amedeo Amodio di L’après-midi d’un faune, da sacerdotessa del Bolero di Maurice Béjart a La Bisbetica Domata di John Cranko, senza dimenticare la sua interpretazione di Lola-Lola in L’angelo Azzurro, coreografia di Roland Petit dedicata al mito di Marlene Dietrich, o della dea Fortuna nei Carmina Burana di Micha Van Hoecke.
Oggi, dopo quasi 50 anni vissuti da protagonista nei teatri più importanti del mondo, debutta in tv in una nuova veste: quella di giudice. Insieme a Raffaele Paganini e Little Phil, è infatti uno dei 3 maestri che costituiscono la giuria di Italian Academy 2, un nuovo reality dedicato alla danza in onda su Rai2 e su Raisat Extra (canale 121 di SKY). Luciana Savignano sarà il giudice della disciplina danza moderna.
Un passaggio, quello dal teatro alla tv, che per un’étoile della danza è piuttosto insolito. Una grande fortuna per i partecipanti al nuovo talent show che potranno avere come insegnante una danzatrice unica.

La sua carriera è stata assolutamente personale, diversa da quella di qualunque altra étoile. Secondo lei perché?
Io non sono una ballerina, ma un essere che deve esprimersi danzando. Per me la danza non è un lavoro ma un bisogno primario di espressione dell’anima. Ballare non vuol dire eseguire bene una sequenza di passi, ma saper legare un passo ad un altro. E’ ciò che c’è tra un movimento e quello successivo che è importante. E’ lì che si distingue il grande danzatore.

Si sente spesso dire dai danzatori che prima di entrare in scena, quando le luci sul palco sono spente e il sipario è chiuso, si viene travolti da un forte senso di solitudine. E’ così?

Prima di uno spettacolo ho bisogno del silenzio. Mi sdraio sul palcoscenico, faccio esercizi di respirazione e inizio a sentire il mio corpo che si sveglia. Cerco di ascoltarlo, di capire le sensazioni del momento per poi portarle al culmine della loro espressione sul palco. Ogni giorno non è uguale a quello precedente ed ecco perché ogni sera va in scena uno spettacolo diverso. Il mio modo di prepararmi, se vogliamo, può essere accostato alla cultura orientale. E’ una sorta di Yoga.

I lineamenti del suo viso ricordano l’Oriente, come spesso hanno osservato anche i grandi coreografi contemporanei che proprio da questa particolarità hanno preso ispirazione per le loro creazioni. Che cosa rappresenta per lei la cultura orientale?
Ho un’affinità del tutto naturale con l’Oriente. Da quando ero piccola mi capita di fare delle cose in maniera spontanea che sono molto vicine a quella cultura. La prima volta che sono stata in Oriente, appena arrivata, mi sono veramente sentita a casa. Ci sono andata più volte perché mio marito è lì spesso per lavoro. E c’è una terra che più di tutte mi ha dato questo senso di appartenenza: il Tibet.

Chi è stato per lei Maurice Béjart?
E’ stato l’uomo della mia vita. In senso professionale, ovviamente. Ecco lui mi diceva spesso: sembri venuta dal Tibet.

Maurice Béjart l’ha definita l’interprete perfetta per il suo Bolero. Così perfetta da riuscire a ballarlo due volte di seguito. Un’impresa da guinness dei primati…
Sono stata costretta a ripeterlo. Il pubblico mi acclamava e così a fine spettacolo, dopo gli applausi, il sipario si è aperto di nuovo. Ma ammetto che alla fine ero davvero distrutta. Non è però il Bolero la coreografia che amo di più. Preferisco La Luna, perché è il balletto che più mi rappresenta. Maurice la creò per me e su di me e rispecchia veramente ciò che sono io.

A differenza di Raffaele Paganini (giudice di Italian Academy 2 per la danza classica), che ha già avuto esperienze televisive, lei non si è mai accostata al piccolo schermo ma ha dedicato la sua vita al teatro. Come mai oggi ha scelto di partecipare ad un reality?

Mi sono detta: se mi è capitata questa occasione televisiva ci sarà un motivo. E con il tempo scoprirò qual è. Io amo sperimentare cose nuove. L’ho sempre fatto nella vita passando da un genere ad un altro, da un coreografo ad un altro. Ho voglia di sfide.
Il mio obiettivo è trasferire a questi giovani la danza, che è cuore, anima e spirito. Se si va al di là del passo, se ci si lascia andare si possono scoprire emozioni nuove e inimmaginabili: è questo che voglio insegnare ai ragazzi. Spero di non peccare di presunzione, ma credo di poter riuscire in questa mia “missione”.