di Marco Agustoni

I White Lies non hanno mai suonato in Italia e si rammaricano di essere solo di passaggio e di non potere visitare il Paese. Tuttavia a luglio torneranno per suonare come gruppo di supporto di Killers e Franz Ferdinand prima (il 14 luglio all’Ippodromo le Capannelle a Roma) e dei Bloc Party poi (il 15 luglio in piazza Castello a Ferrara). La giovane band britannica si è fatta conoscere in Italia grazie al disco d’esordio To Lose My Life, che in Inghilterra ha addirittura conquistato la vetta delle classifiche di vendita, suscitando paragoni scomodi con leggende come i Joy Division (alcune analogie con la band di Ian Curtis ci sono ma risultano piuttosto limitanti). Harry McVeigh (voce e chitarra), Charles Cave (basso) e Jack Lawrence-Brown (batteria) raccontano a SKY.IT il loro esordio e il loro futuro.

Subito dopo aver realizzato il primo brano del vostro album, Unfinished Business, avete deciso di cambiare il vostro nome da Fear of Flying (ovvero “paura di volare”) a White Lies. Come mai?
Charles: Non è stato un cambio di nome, quanto un vero e proprio cambio di band perché ci siamo sentiti un gruppo completamente diverso da prima. Fear of Flying era la nostra band di quando eravamo dei ragazzini a scuola e non avevamo idea di cosa volevamo fare esattamente. Siamo diventati i White Lies quando abbiamo capito quel che volevamo e ci siamo messi a fare musica senza preoccuparci di cosa avrebbero pensato gli altri. White Lies è un marchio della nostra maturità e della nostra sicurezza nelle nostre capacità.
Dal modo in cui alcuni giornali hanno reagito ai testi di canzoni come Death o To Lose My Life vi è sembrato che molte persone non siano in grado di avere un rapporto sereno con la morte?
Charles: È interessante visitare posti differenti in giro per il mondo perché vedi le differenze culturali, come ad esempio i modi in cui in ogni paese ci si rapporta alla morte. Siamo stati negli USA e in Giappone, di recente, e la morte è percepita in maniera molto differente in questi due paesi: in Giappone dove sono diffusi i rituali shintoisti e la morte è una parte molto importante della vita spirituale. Nelle nostre canzoni parliamo soprattutto delle emozioni ad essa collegata più che della vera e propria morte fisica o spirituale.
Harry: La gente che ci ascolta celebra i temi dei nostri testi. È strano suonare una canzone sulla morte, la perdita, l’invidia o la tristezza e sentire un’intera folla che canta assieme a te di queste cose. Del resto è di questo che parla la nostra musica. Credo che sia terapeutico, per il pubblico.
Dopo To Lose My Life, state lavorando a nuovo materiale?
Harry: Per nostra fortuna, al momento siamo molto impegnati con i concerti. Dobbiamo stare a casa per riuscire a scrivere le nostre canzoni, quindi per un po’ non riusciremo a registrare niente. Forse nei primi mesi del 2010, ma non penso che ci metteremo molto, abbiamo solo bisogno di distrarci da tutti gli impegni di questo periodo.
Charles: Siamo un po’ “vecchia maniera” nel nostro modo di concepire gli album. Vediamo un disco come un’opera unica, non componiamo singoli e non ci piace fare un pezzo alla volta per poi sbatterli insieme in un album. Del nostro primo disco abbiamo registrato dieci canzoni tutte insieme e per il prossimo vorremmo fare tutto in una volta.
A luglio aprirete i concerti italiani di Franz Ferdinand, Killers e Bloc Party. Avete intenzione di tornare in Italia con delle date tutte vostre?
Charles: Dovremmo partire per un tour europeo a fine 2009, credo in novembre, e probabilmente dovremmo riuscire a fare almeno un paio di date in Italia. So che il nostro album è andato bene qui e che abbiamo già un seguito, quindi è il minimo che possiamo fare.