di Chiara Ribichini

Lo spettacolo non è ancora iniziato, ma il sipario è già aperto. Sul palco i danzatori accennano passi e movimenti. Si scaldano, parlano tra loro, provano alcuni passaggi. Sullo sfondo due manichini appesi in due teche di vetro: il corpo di una donna e di un uomo. Poi, si spengono le luci in sala. Il sipario si chiude e una danzatrice resta quasi intrappolata nella tenda, in una sorta di limbo che separa la vita reale dalla finzione teatrale. Inizia così Bella Figura, la coreografia di Jiří Kylián che apre Trittico Novecento, lo spettacolo in scena al Teatro alla Scala di Milano fino al 23 maggio.
Qual è il confine tra lo spettacolo e la vita? Su questo quesito, tanto caro alla storia del teatro, ruota tutta la coreografia.
Il titolo, in italiano, dà immediatamente la percezione del senso del pezzo. La Bella Figura è la parte migliore di sé che ogni essere umano cerca di mostrare, un danzatore più di chiunque altro. Il balletto è un inno all’estetica, una celebrazione di quell’idea di bello che la cultura dell’antica Grecia ha fatto propria e trasformato in modello. E la scena in cui i ballerini, uomini e donne, danzano con il torso nudo e grandi gonne rosso fuoco è un atto d’amore alla bellezza del corpo umano.

Poi, dal 1995, anno di Bella Figura, si torna indietro nel tempo fino al 1927, quando George Balanchine creò Apollo, su musiche di Igor' Fëdorovič Stravinskij. Il dio del canto e della musica e le tre muse Polimnia, Tersicore e Calliope riportano lo spettatore in un’atmosfera mitologica. Il capolavoro di Balanchine è nella storia della danza una sorta di manifesto del neoclassicismo. Per certi versi, un altro modo per omaggiare la bellezza del corpo umano.
Nel ruolo di Apollo, ha debuttato nel secondo cast Gabriele Corrado. Giovanissimo, con un fisico statuario come richiesto dalla coreografia, ha raccolto il favore del pubblico che gli ha riservato applausi a scena aperta. Accanto a lui Francesca Podini. Leggera, elegante, con le linee lunghe tanto care al coreografo americano, ha regalato un’interpretazione di Tersicore sorprendente.

Dal mondo mitologico di Apollo si passa infine a un’atmosfera ultraterrena con Voluntaries, creato nel 1973 da Glen Tetley in onore di John Cranko, il coreografo scomparso prematuramente. La musica, il concerto in sol minore per organi, archi e timpani di Francis Poulenc, si impone con tutta la sua potenza. I danzatori volano sul palco tra salti e prese al limite del possibile. E’ una coreografia difficile, faticosa, che richiede una grande resistenza fisica. Tra i danzatori del secondo cast spicca Maria Francesca Garritano per la forte presenza scenica. Voluntaries è un altro modo di esprimere il concetto di classico. “Voluntaries esprime ciò che sento riguardo alla danza. Per me, per sua definizione, il classicismo è sinonimo di purezza e la cosa che più vorrei al mondo è essere un classicista a modo mio, senza imitare nessuno… Mi piacerebbe pensare che non mi sto allontanando dalla mia fonte, ma che invece mi sto avvicinando sempre più ad essa”, spiegava Glen Tetley.