di Barbara Ferrara

Il regista britannico Julien Temple, classe 1953, torna sul luogo del delitto e parla ancora dei Sex Pistols. Lo fa con il film documentario "The Filth and the Fury!” e un libro, editi da Isbn edizioni, 17.50 euro. Il titolo italiano è “Oscenità e furore”. Concerti, filmati e interviste raccontano la vera storia del punk, quella che merita di essere ricordata. Lo abbiamo incontrato e intervistato a Milano.

Il Punk è nato nel 1977 pensa che ci sia anche una data di morte? O il Punk è ancora vivo?
In realtà è nato prima, io credo molto molto prima, in ogni caso ciò che non c’è più è l’uniforme punk, l’abbigliamento, per il resto esiste ancora, in forme diverse ma esiste. E’ un’attitudine, un modo di pensare, un’energia che ti porta a fare.

Gruppi storici come gli Stranglers e i Damned suonano ancora, pensa che abbia senso o che avrebbero dovuto smettere a suo tempo?
Che dire? A me piacciono ancora ma non saprei, una cosa è certa: non si può vivere di rendita, non è una bella cosa.

Lei nel 1977 aveva 24 anni, quali sono i ricodi di quel periodo?
Un meraviglioso senso di essere giovane. Da ragazzino aspettavo di crescere per poter girare i miei film. Ricordo che grazie ai Sex Pistols e ai Clash mi sono sentito spronato a fare, a pensare al mio futuro.

Crede che il Punk da movimento di protesta avrebbe potuto trasformarsi in un movimento politico?
Beh in qualche modo lo era, permetteva di dare voce a ognuno. Sentivi di poterti esprimere in piena autonomia senza doverti uniformare all’opinione comune.

Johnny Rotten disse che solo i falsi sopravvivono, pensa che sia vero?
Se ascolti i Police sì, certamente. Hanno continuato a suonare anche quando non avevano più niente da raccontare, questo per me è assurdo. I Sex Pistols al contrario sono implosi a un certo punto e si sono autodistrutti all’apice del loro successo. Credo che a suo modo Johnny Rotten avesse ragione.

C’è qualcosa che rimpiange di non aver fatto?
Diciamo che preferisco pensare al presente e al futuro, non mi piace parlare del passato. Detto questo direi che rimpiango di non aver fatto un film sul grande Miles Davis ciò nonostante la notte dormo sereno.

Sta lavorando a un film su Detroit, qual è il messaggio che vuol dare?
Detroit è una metafora sull’ascesa e sul declino del sogno americano, è una città che sta in qualche modo morendo, bravissimi musicisti vengono da Detroit ed è incredibile pensare che oggigiorno sia alla deriva, si è giunti a un requiem. E’ un luogo sconvolgente che mi ha toccato molto, per questo voglio parlarne.


The Filth And The Fury: guarda il video su youtube






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