di Chiara Ribichini

Il sudore dei campi gli ha insegnato che l’incertezza è costante, che “l’impegno non è automaticamente ripagato”. Il sudore “alla sbarra” a raggiungere una forma o un pensiero nuovo. Sono i due cardini della vita e del lavoro di Emio Greco, uno degli artisti più innovativi della scena coreografica, come lui stesso ci confessa. Nato da una famiglia contadina di Brindisi, che in Italia non ha però avuto il giusto spazio per esprimere e sviluppare il suo talento. In Europa, invece, è diventato uno dei massimi esponenti della danza contemporanea. La Emio Greco l PC, la compagnia fondata insieme al regista olandese Pieter C.Sholten ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra i quali il Philip Morris Arts Prize (1999), il Sonia Gaskell Prize per la coreografia, in particolare per l’intera serie Double Points (2001), l’Herald Angel per Double Points One & Two (2001) e per Time Out Live (2004).
Quest’anno sarà proprio la Emio Greco PC a inaugurare il festival di danza Opera Estate che si terrà in varie località del Veneto dal 12 luglio al 6 settembre, con un nuovo lavoro in prima nazionale ispirato al celebre film di Visconti “Rocco e i suoi fratelli”.Una delle rare e preziose occasioni per vedere dal vivo le coreografie di Emio Greco.

In questi giorni (dal 6 al 12 luglio) sei impegnato in un workshop a Bassano. Per la prima volta infatti Opera Estate diventa partner di Accademia Mobile, il progetto formativo internazionale di Emio Greco l PC. Di cosa si tratta?
E’ un workshop con venti danzatori che potranno seguire gratuitamente un percorso di ricerca focalizzato sulla creazione di Rocco, la nuova produzione che presenteremo il 12 luglio. Il programma prevede, oltre al lavoro insieme a me e ai miei ballerini, anche incontri con un musicologo, un regista teatrale e un pugile.
Da quest’anno la nostra compagnia è diventata infatti un centro coreografico internazionale di arte in Olanda con delle sovvenzioni statali, concepito su sette pilastri. Tra questi la creazione, il repertorio e appunto l’Accademia mobile, un’attività di scambio con studenti e ragazzi. La sede centrale è ad Amsterdam, dove ogni anno a dicembre organizziamo tre settimane di workshop, ma abbiamo cercato altri partner in Europa. Ne abbiamo già uno in Francia e ora un altro a Bassano. I workshop sono diversi uno dall’altro, hanno una loro specificità che dipende dal momento artistico in cui ci troviamo, ma anche dal posto che ci ospita. La finalità è avvicinare le persone all’opera e al nostro lavoro, ma allo stesso tempo è per noi un’attività di ricerca.

La Emio Greco l Pc nasce dall’incontro con il regista Pieter C.Sholten, nel ’95. Un sodalizio artistico che vi ha portato ad affermarvi nel panorama della danza internazionale. Dove finisce il tuo lavoro e inizia il suo?
E’ difficile stabilire il limite. Con il tempo ci siamo un po’ avvicinati, ma le differenze tra noi restano quasi sempre le stesse. Io ho molte difficoltà a chiudere un percorso, un progetto, tenderei sempre a lasciarlo aperto. Invece Pieter ha bisogno di raccogliere, di delineare delle strutture anche rigide, in cui però poi può ragionare ancora. Deve chiudere per aprire. In questo siamo complementari.

Hai iniziato danza molto tardi, a 19 anni. Che cosa è scattato in te in quel momento?
E’ stato una specie di ricordo di un desiderio che avevo sempre avuto. Già quando avevo 6 anni ho manifestato questa intenzione. Un’idea poi abbandonata perché non avevo alcun contatto con la realtà della danza. Un giorno, un’amica che si era iscritta a una scuola di danza appena aperta a Brindisi, iniziò a parlarmi entusiasta delle lezioni che frequentava. Mi risvegliò quel gusto, quel desiderio quasi dimenticato. Ero un po’ incosciente, non mi rendevo conto di esser già grande e questo forse mi ha protetto. Ho cercato una scuola migliore e a 21 anni sono partito per Cannes, dove ho studiato nella scuola di Rossella Hightower. Per me è quello il momento in cui tutto è iniziato.

Hai lasciato l’Italia molto giovane e ormai sono quasi vent’anni che vivi all’estero. Una scelta o una costrizione?

Quando partii per Cannes non ero consapevole che sarebbe stato un viaggio lungo. Qualcosa però mi era già chiara. Avevo percepito che in Italia non c’erano scuole a livello internazionale. Negli anni di studio in Francia, iniziai a rendermi conto dello stacco culturale che c’era tra alcune parti d’Europa e l’Italia. Capii che sarei rimasto a lungo fuori dal mio Paese. Dell’Italia mi manca quel modo di condividere e di stare insieme tutto italiano. Pensavo di essermi abituato a non averlo, ma fa talmente parte di me che basta poco per risvegliarlo.

Sei nato da una famiglia di contadini. Cosa ti è rimasto di quella cultura?

Molto più di quanto razionalmente io possa capire. Sicuramente il senso del sacrificio, ma anche la consapevolezza che a volte l’impegno non è automaticamente ripagato, che l’incertezza è costante. La durezza della vita, quel continuo rifare una cosa, ricrearla. Al di là del romanticismo dei campi questo continuo ricominciare da capo è ciò che mi è rimasto di più e che mi porto ogni giorno in sala prove. Anche lì si è davanti al problema lasciato il giorno precedente e si ricomincia a lavorare.

L’Italia ti ha scoperto tardi. Il nostro è un Paese legato al “modello”, a un concetto di estetica di tradizione greco-romana. Può forse questo essere un impedimento per comprendere una danza come quella che tu porti sulla scena?

Ne sono convinto. Basta pensare alle difficoltà incontrate dagli italiani di fronte ai primi quadri moderni. Siamo portati per tradizione, per cultura, a paragonare subito un pittore contemporaneo ai grandi classici, a Michelangelo. L’estetica trattiene, è un freno allo slancio artistico, impedisce di sbagliare. E tante cose si costruiscono proprio sugli errori. Bisogna provare per riuscire, per raggiungere una forma o un pensiero nuovo. Ma in Italia mancano anche spazi urbanistici contemporanei, pensati con un’ottica, con un senso della società più moderno. Forse l’unico esempio è il Parco della Musica a Roma. Le città europee non avranno i nostri centri storici, ma osano immaginare spazi dove la gente produce arte.

In Italia le compagnie di danza stanno vivendo un momento difficile da molti anni. Sono poche quelle che riescono a sopravvivere e a riempire i teatri. Proprio nel Paese considerato la culla dell’opera lirica, della danza, dell’arte in generale. Secondo te quali sono le motivazioni?
Il problema è che noi italiani facciamo coincidere troppo l’arte con il monumento. E’ importante l’arte che si fa oggi, che si crea, non solo il monumento storico. C’è un distacco con la realtà preoccupante. Ma ci sono altre cause: la mancanza di continuità nella direzione artistica dei teatri e di una linea politica culturale; la cattiva distribuzione delle risorse; l’uso ormai inflazionato delle sovvenzioni a posteriori che costringono le compagnie a indebitarsi e i produttori a essere molto cauti. E’ una situazione che taglia le ali a chi ha talento e allo stesso tempo giustifica chi non è capace che ha l’alibi grandissimo di un modo di lavorare impossibile.

Sul sito della tua compagnia gli utenti possono votare i video degli spettacoli. Credi che internet possa essere il metro per misurare il favore del pubblico così come la sala?
Per me la sala resta sempre più vera. Penso che internet sia un qualcosa di straordinario, ma allo stesso tempo dà la possibilità alle persone di nascondersi e di darsi dei ruoli. Le posizioni di alcuni blog a volte hanno il sapore amaro di una rivincita dalla vita. Per questo ogni cosa che è in rete va presa con le pinze. Anche la sala è qualcosa da valutare perché lì c’è comunque una barriera emotiva personale che fa sempre vedere le cose attraverso un proprio filtro, ma resta più vera del web.