di Marco Agustoni

Roberto Santoro si presenta al suo album d’esordio con un curriculum di tutto rispetto: dopo una vita passata a suonare, un ambito riconoscimento come il Premio Lunezia Future Stelle, ricevuto nel 2008, e una collaborazione prestigiosa con Francesco Baccini, con cui ha lavorato ad alcune canzoni dell’album Dalla parte di Caino, il musicista e cantautore ha potuto riversare tutta questa esperienza sul campo in Santa Libertà, disco eclettico e coinvolgente scritto con uguale attenzione alle musiche e ai testi. Roberto ce ne parla in un’intervista per Sky.it.

Il suo è un album eclettico. È anche questo, la Santa Libertà, ovvero la possibilità di spaziare da un genere all’altro?
Santa Libertà attraversa un po’ tutti i generi, per forza di cose alla fine, perché i miei ascolti sono sempre stati piuttosto disparati: da una parte sono cresciuto ascoltando De André e Bob Dylan, dall’altra c’era tutto quel che arrivava dall’Inghilterra degli anni ’80, come il post-punk. Poi ho passato vent’anni a suonare in giro e i gusti musicali si sono sedimentati. Il titolo mi piaceva perché si può spaziare su diversi concetti. Mi piaceva l’idea di un viaggio come emancipazione dal dolore. Si è veramente liberi quando ci si libera dalla sofferenza, ma la vita stessa è sofferenza, in fondo. La libertà sta da un’altra parte, si può tendere ad essa, ma è una categoria dello spirito. Ho una visione utopica della libertà. Ad esempio in Casa in Mexico parlo di un mio amico che non c’è più e io immagino che sia a spassarsela in un Messico che è però ideale.

“Di vino, di poesia, di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi”. Nell’home page del suo sito cita Baudelaire. Trae più ispirazione dalle sue opere o da questo suo consiglio?

Io sono veramente stato portato sulla “cattiva strada” da Baudelaire a quattordici anni. Penso tutt’ora che sia necessario leggere Baudelaire a quell’età. L’opera di Baudelaire è sedimentata dentro di me, ormai, quindi qualche riferimento inconsapevole c’è sempre, però non è che voglio giocare a fare il maledetto. Lo ritengo semplicemente il più grande poeta moderno.

Addio Milano, addio è una sorta di congedo da una città in cui per un po’ lei è vissuto ed è cresciuto professionalmente. Come è stato questo suo rapporto con la metropoli lombarda?
Penso che Milano sia una città importante nel momento giusto, nel senso che in Italia è la città più importante per quanto riguarda la formazione lavorativa. Milano sa darti tantissimo, soprattutto a livello di crescita, ma è una città difficile. L’ho vista cambiare in questi ultimi anni e penso che stia attraversando un periodo di decadenza. Ma forse questa è una cosa che riguarda tutta la società e Milano non è che lo specchio di ciò. In fondo, però, è una città che adoro, e anche per questo poi mi arrabbio.

Ha collaborato con Baccini ad alcune canzoni del suo album Dalla parte di Caino e lo ha accompagnato in tour: come è nata questa collaborazione e cosa le ha dato?
Con lui ho scritto tre pezzi, esattamente, per quell’album. Ci ha fatto incontrare il mio produttore, che all’epoca era anche il suo, ovvero Angelo Carrara. Dopodiché è stato veramente un buon rapporto di amicizia, tutt’ora ci sentiamo ed è stato bello lavorare con lui. Penso che Francesco sia davvero un bravo artista, non lo dico perché ci ho lavorato insieme…

Per un’ipotetico secondo album, se potesse scegliere un qualsiasi artista con cui duettare, per chi opterebbe?
Ce ne sono talmente tanti… ma potrei pensare a Leonard Coen, per quanto riguarda l’estero e per quanto riguarda i veri e propri desideri, quelli difficili da realizzare. In Italia mi piacciono molto gli Afterhours: mi farebbe molto piacere lavorare con Manuel Agnelli. Anche con Morgan, che è un musicista straordinario, oppure Max Manfredi e Pacifico. Ma questi sono solo i primi che mi vengono in mente.