di Marco Agustoni

Fabrizio Sferra, esperto batterista jazz con molti anni di esperienza alle spalle, dalle collaborazioni con grandi nomi come Chet Baker ed Enrico Rava fino alla militanza nelle popolari formazioni Space Jazz Trio e Doctor 3, si è finalmente deciso a creare un progetto a proprio nome. È nato così il Fabrizio Sferra Trio, nel quale il musicista ha arruolato due giovani talenti del jazz contemporaneo, ossia il pianista Giovanni Guidi e il contrabbassista Francesco Ponticelli, con cui ha lavorato al disco Rooms. Ci parla del progetto e del disco proprio Fabrizio Sferra.

In Rooms suonano al suo fianco Francesco Ponticelli e Giovanni Guidi. Come è nato questo Trio?

Il Trio è nato un anno fa, all’incirca, quando li ho chiamati a collaborare per questo progetto all’insegna dell’improvvisazione. Sono due giovani musicisti ma con una personalità spiccata per quanto riguarda la ricerca, la creatività e l’improvvisazione.
Ha scelto, come dice, due giovani talenti: significa che la musica jazz continua ad appassionare i ragazzi e ha quindi un futuro…
Assolutamente. Mi sembra che il panorama dei giovani musicisti sia davvero molto ricco e ce n’è per tutti i gusti.
Questa collaborazione si limiterà al solo Rooms o proseguirà?
È un progetto basato proprio su un'idea di lavoro, quindi è un work in progress. Come altre formazioni con cui mi sono trovato a lavorare in passato, spero che anche questa abbia una lunga vita. Tra l’altro non è esclusa la possibilità di allargare l’organico ad altri componenti, ma per me il concetto di trio è fondamentale, è da anni che lavoro su questo tipo di formazione. È un modulo ideale per una certa dialogicità che si crea tra gli strumenti, anche per quanto riguarda il mio, di strumento, la batteria.
Quanto si differenzia dal disco, l’esperienza live con il Trio?
In passato cercavo di replicare in studio le performance dal vivo, poi pian piano ho scoperto che lo studio di registrazione ha una sua dimensione particolare, sia perché non c’è un pubblico e si può suonare con tutta calma, sia per l’obbiettivo che è diverso da quello di un concerto dal vivo. Con il mio Trio è valsa la stessa regola. Quindi Rooms è in qualche modo più intimo e raccolto rispetto all’esperienza dal vivo.
Ha suonato per alcuni grandi nomi del jazz italiano e non solo, ma solo oggi ha deciso di incidere un album a suo nome. Come mai?
Da una parte potrei dire che sono romano e un po’ pigro, e quindi me la prendo comoda, che è effettivamente un lato del mio carattere. Dall’altro, dopo diverso tempo ho cominciato a sentire l’esigenza di esprimermi come leader. È una grande esperienza, perché c’è da imparare molto a dover condurre degli altri musicisti nel lavoro, verso un obbiettivo. E poi anche come compositore, ho avvertito questa necessità, e nel momento in cui mi è arrivata un’idea forte ho trovato il coraggio di espormi. Ma anche vedere che c’erano dei giovani ben disposti a lavorare sulla musica mi ha incoraggiato.
Di tutti i grandi artisti con cui ha lavorato, chi l’ha segnata di più?
Forse è banale ma tutti i personaggi significativi con cui hai a che fare ti danno qualcosa, sia quelli con cui ti trovi a suonare, sia quelli con cui non ti trovi a suonare. Uno dei miei musicisti di riferimento è Lee Konitz, ma non mi aggiunge niente suonarci insieme, è già influente come ascolto. Ma sicuramente aver lavorato con Chet Baker è stata un’esperienza molto profonda. Anche le mie collaborazioni iniziali, con Enrico Pieranunzi, poi, sono state importanti.
Ha già dei nuovi progetti al di là del suo Trio, per i mesi a venire?
Intanto continuo la mia collaborazione con Miroslav Vitous. In futuro poi ci sarà un nuovo progetto assieme a Franco Ambrosetti e, come già anticipavo, un’estensione di questo trio. E poi continuo anche a lavorare con il quintetto di Enrico Rava, con cui probabilmente ci apprestiamo anche a registrare qualcosa.