di Marco Agustoni

Interprete e compositore riconosciuto, Fabrizio Ottaviucci ha avuto modo di collaborare al pianoforte con alcuni grandi nomi della musica contemporanea, da Markus Stockhausen a Terry Riley. Ora sta presentando dal vivo, in un continuo processo di riscrittura e improvvisazione, i brani del suo album Ragapiano. Ce ne ha parlato in un’intervista per Sky.it.

Il titolo del suo album, Ragapiano, lascia emergere un chiaro riferimento alla musica indiana (nda: i raga sono, in pratica, le scale della musica classica indiana)...
Ho una forte attrazione per la musica indiana, però l'uso del termine indiano raga, in questo caso, è un semplice riferimento poetico, non ha niente di scientifico. A parte uno dei pezzi, Ragapiano, che è quello che dà il titolo al cd, tutti gli altri brani non hanno attinenza tecnica con la musica orientale. Raga, oltre a essere una scala musicale, indica un colore, uno stato d'animo... ci sono il raga della primavera, il raga della tristezza, eccetera. E così anch'io li uso nel senso di direzioni, di dimensioni, di frequenza emotiva, più che altro come suggestione.
Sempre a proposito di musica indiana, di recente ha avuto modo di esibirsi assieme a uno dei massimi esponenti di questa tradizione, Trilok Gurtu. Come è nata questa collaborazione?
È stata una collaborazione voluta dal Novara Jazz, che ogni anno sperimenta delle combinazioni inusuali e impreviste. Quest'anno ha messo insieme la mia esperienza di pianista classico, contemporaneo e improvvisatore con quella di questo grande percussionista indiano. È stato un discorso molto interessante perché ha unito due mondi diversi.
Si è autodefinito "improvvisatore": a questo proposito le chiederei quale peso ha l'improvvisazione nella sua musica.
Ha una grande importanza, perché i pezzi che poi arrivano a una forma di composizione, come quelli che sono nel cd, nascono dall'improvvisazione. Il mio modo di comporre è improvvisare. In seguito alcune idee vengono riprese, elaborate e piano piano definite. Però quando risuono questi pezzi dal vivo, hanno sempre una veste diversa. Come nel jazz, nella mia musica c'è sempre una dose di improvvisazione nell'esecuzione.
Nella sua musica traspare anche una certa componente spirituale.
C'è perché ho un'idea della vita molto spirituale, anche se non confessionale. La musica è chiaramente qualcosa di collegato, è una dimensione espressiva dello spirito, per me è importante che ci siano dei momenti di emozione, di comunicazione e di spiritualità nella musica.
Delle varie collaborazioni che ha avuto negli anni con musicisti di talento, ce n'è qualcuna che l'ha segnata in maniera particolare?
Da questo punto di vista ho una grande fortuna, il mio curriculum è arricchito da collaborazioni stabili con artisti davvero di grande livello e sceglierne una è difficile. Ne citerei almeno due: uno è Markus Stockhausen, con cui lavoro da più di vent'anni, perché oltre a essere un musicista straordinario è un artista eclettico, suona dalla musica da orchestra al rock ed è anche un grande jazzista. E poi Stefano Scodanibbio, grande contrabbassista: la collaborazione con lui mi ha dato molto sia in termini di qualità della musica che di suggestioni.