di Marco Agustoni

La particolarità del quartetto L’escargot emerge subito scorrendo l’incredibile elenco di strumenti che fanno parte del loro repertorio, e che comprendono oltre a flauto, violino e chitarra, particolarità come la sansula, il bulbul tarang o il bouzouki irlandese. E per sottolineare la propria originalità, Alessandro Pipino, Massimo La Zazzera, Stefania Ladisa e Adolfo La Volpe hanno scelto di intitolare il proprio album Corri, nonostante il loro nome in francese significhi “lumaca”. Dopo l’intervista al fonico Giuseppe Porcelli, che li aveva menzionati tra i musicisti pugliesi “meritevoli”, ecco un’altra scorribanda nello Stivale d’Italia. Anche se, come avrà modo di raccontarci Alessandro Pipino, per il quartetto L’escargot le origini pugliesi non sono un elemento fondamentale della propria musica.

Da dove nasce questo nome curioso e dagli echi culinari?
Noi agli echi culinari in realtà non ci abbiamo tanto pensato, ci piaceva il suono della parola, che in Italia risulta particolare e resta in mente. Poi è un nome francofono e siccome il nostro progetto è partito suonando brani della tradizione francese, ci è sembrato carino.

Con un nome così,  intitolare il vostro cd Corri è quindi una provocazione?
Sì, in effetti è una sorta di scherzo, anzi, un ossimoro vero e proprio.

La vostra musica raccoglie suggestioni molto diverse: come le mettete insieme in un tutt’uno coeso?
Questo non so spiegartelo bene, ci viene nel modo più naturale possibile e cerchiamo di non forzare niente. Siamo tutti polistrumentisti e ci limitiamo a guardare la nostra tavolozza di colori, che in questo caso è un tappeto di strumenti (ride). Provando ad arrangiare un brano capita di trovare lo strumento che meglio si incastra con le sue sonorità. Poi, fondamentalmente l’unica vera tradizione musicale che abbiamo incontrato è quella francese, ma solo all’inizio. Dopodiché abbiamo iniziato con dei riarrangiamenti di brani di compositori per lo più francesi, però da quasi subito abbiamo proposto le nostre composizioni.

In effetti, fate uso di strumenti piuttosto particolari: è una scelta dettata da esigenze espressive o da una volontà di sperimentazione continua?
Entrambe le cose. Poter usare più strumenti consente un maggiore stimolo creativo, nel senso che noi stessi rimaniamo sorpresi dal suono di uno strumento che magari non conosciamo neanche benissimo ma che riesce a emozionarci. Questo ad esempio è capitato con la sansula, con la concertina o con il banjo… che poi magari sono strumenti che nel nostro set sono diventati uno standard.

L’essere pugliesi in che misura influenza la vostra musica?
Potremmo essere veneti o trentini o qualsiasi altra cosa. Il luogo di nascita è solo un particolare nel nostro tempo in cui le distanze sono azzerate da internet e dai mezzi di comunicazione.

Però, il vostro brano In cammino è entrato a far parte di uno spot sul turismo in Puglia. Come è successo?
È stato il primo caso di questo tipo, perché ci chiedono continuamente di usare la nostra musica per commentare cortometraggi e filmati di ogni tipo. Evidentemente la nostra musica si presta in modo particolare al commento delle immagini, ha questo potere evocativo di cui abbiamo preso atto.

A proposito invece di internet, in che misura vi ha aiutato a far conoscere la vostra musica?

Internet è stata fondamentale, senza probabilmente non avremmo scelto di autoprodurci e autopromuoverci. In qualche modo siamo riusciti in qualche modo a farci conoscere. Grazie a internet è possibile ripensare l’intera industria discografica.