di Marco Agustoni

Le cover hanno da sempre fatto parte della storia della musica, in alcuni casi in forma di semplici omaggi, in altri come biglietti per una hit di facile successo. Certe reinterpretazioni sono entrate nella storia, come la cover di Knockin’ on Heaven’s Door di Bob Dylan rifatta dai Guns’n’Roses, o ancora Higher Ground di Stevie Wonder ricantata dai Red Hot Chili Peppers o Easy dei Commodores magistralmente interpretata dai Faith No More. Ma ci sono anche band che hanno fatto delle cover una ragione di esistere (e di suonare), scegliendo di vivere all’ombra dei propri idoli riproponendo i loro brani più celebri. Insomma, lo avrete capito, stiamo parlando delle cover band.

Qui, va fatta una distinzione. Alcune cover band (o tribute band) ripropongono classici di numerosi musicisti, magari specializzandosi in una determinata epoca o genere; altre preferiscono dedicarsi in via esclusiva al proprio artista o gruppo preferito, ripercorrendone la discografia sul palco. A questo punto, interviene una seconda distinzione: certi gruppi si limitano a eseguire i brani dei loro beniamini, altri provano invece a “fotocopiarli”, riprendendo abbigliamento e modi di fare dei loro idoli. È il caso degli Achtung Babies, celebre tribute band italiana degli U2, i cui componenti hanno cercato di assomigliare a Bono e soci in tutto e per tutto. Gli esempi, in ogni caso, sono innumerevoli: può allora essere d’aiuto un bell’elenco delle cover band in circolazione.

Forma estrema di omaggio o mancanza di creatività? Le cover band godono del favore del pubblico ma non mancano le critiche. Per alcuni, la cover migliore è quella che in qualche modo aggiunge qualcosa alla canzone, evitando di ricalcarla pedissequamente. Come, tanto per fare un esempio attuale, il progetto SongAcross, in scena al Teatro Arcimboldi di Milano, in cui vari artisti tra cui Samuele Bersani, Manuel Agnelli e Pacifico si sono “scambiati” le proprie canzoni e le hanno reinterpretate in chiave inedita.