di Marco Agustoni

Stefano “Edda” Rampoldi è ancora qui a tredici anni dall’esperienza con i Ritmo Tribale, uno dei gruppi italiani di rock alternativo più influenti degli anni ’90, e in occasione dell’uscita del suo primo disco da solista, intitolato Semper Biot, si racconta in maniera diretta, senza fronzoli. Proprio come invita a fare il titolo dell’album, che in milanese significa “Sempre nudo”: un inno alla sincerità e, soprattutto, all’essenzialità. Insomma, bisogna mostrarsi “così come si è”, e se va bene, bene, se no… va bene lo stesso. Edda ci parla di questa sua nuova esperienza in un’intervista per Sky.it.

Il titolo dell’album, Semper Biot, è un velato invito al nudismo?

No, non è un invito al nudismo in senso stretto (ride). Però non volevo fare un disco troppo mediato, troppo di altri: è una cosa mia, nudo e crudo come sono, senza tanti orpelli. È un invito a essere quello che sei, a tirar fuori quello che riesci a fare con il minimo, con l’essenziale. Forse a volte è meglio riuscire a fare le cose con poco.

Che cosa è successo negli anni tra i Ritmo Tribale e quest’esperienza solista?
Niente, mi sono drogato per sei anni, sono diventato un tossicomane. Dopodiché sono stato in una comunità a disintossicarmi e ci sono rimasto ospite per altri sei anni. Poi è venuto fuori questo disco che ho scritto con Walter Somà e non so, adesso sembra un evento, ma è un disco come tanti.

L’interesse della sua attuale casa discografica è stato catalizzato da alcuni video messi su Youtube (nda: ora non più visibili)

Sì, i pezzi li ho composti con Walter Somà. Poi io e lui non avremmo mai fatto un disco assieme perché siamo due che hanno tanti sogni ma… Così siamo andati da questo ragazzo che conosciamo e lui la prima cosa che ha detto è stata: “Mettiamoli su YouTube”. Io non sapevo neanche cosa fosse, sono di un’altra generazione. È uno strumento comodo, interessante. Li abbiamo caricati con tutta la leggerezza che ci volevamo mettere, poi ci hanno contattato quei pazzi dell’etichetta e ci hanno fatto fare il disco.

Come è cambiato il mercato discografico, durante la sua assenza?

Oggi un disco lo possono fare tutti, basta una buona scheda audio. È cambiato molto, anche il modo di registrare, è tutto un taglia incolla. La tecnologia ti dà sempre di più una mano e diventa più facile e meno dispendioso fare un disco. Ormai anche i demo tape mi sembra che suonino tutti benissimo.

Dell’esperienza musicale con i Ritmo Tribale quanto è rimasto in questo disco?
Che lo voglia o no sono figlio dei Ritmo Tribale, nel senso che siamo stati un gruppo non so se importante, ma vero, o quantomeno lo siamo stati per un bel pezzo. Per me la musica allora era qualcosa di veramente importante, non che non lo sia anche adesso ma sono un’altra persona. Allora tutta la mia energia la mettevo nella musica, non lavoravo sui ponteggi come adesso, facevo solo quello. Si vedeva che c’era un’energia e forse è rimasta. Poi io non mi ritengo un genio della musica, forse se avessero avuto un altro cantante sarebbero diventati ancora più famosi. Però, così è andata.

In che cosa invece Semper biot si distanzia da quegli anni?
È un disco fatto con due strumenti. Oggi siamo scesi dalla macchina e uno aveva la chitarra, l’altro il mandolino e l’amplificatore. Con i Ritmo Tribale non dico che sembravamo i Pink Floyd, ma l’idea era quella. Mi ricordo che per montare la batteria era una rottura… Che poi ci volevano quegli strumenti, era un modo di intendere la musica. Oggi invece il mio modo di intendere la musica è “uno, due, tre e via”.

Nel rock italiano di oggi ci vede qualche vostra influenza?

Ma no, ognuno fa le sue cose. Noi abbiamo copiato e gli altri non hanno copiato noi (ride).