di Marco Agustoni

Dopo un esordio acclamato come You Love the Styles, disco garage-rock cantato in inglese e apprezzato sia in Italia che all’estero, the Styles potevano andare sul sicuro e continuare sulla stessa via. Invece, per il secondo disco, Newrante (nei negozi dal 25 settembre), il leader Guido Style ha deciso di osare passando a sonorità più elettroniche e sperimentali e cimentandosi con testi in italiano, complice forse la fortunata esperienza con J Ax. Questo cambiamento radicale di stile è marcato da un altrettanto netto cambio di formazione: gli altri due membri Steve Style e Luke Style sono stati sostituiti dalle new entry Carlo Style e Nick Style (“Quando cerco dei musicisti guardo l’elenco telefonico e cerco quelli che fanno Style di cognome”, scherza Guido a proposito della bizzarra scelta di chiamarsi tutti con lo stesso cognome fittizio, sulla scia dei Ramones). Guido Style, un ragazzo dalle idee molto chiare, parla di tutto questo in un’intervista esclusiva per Sky.it.

La scelta di passare dall’inglese all’italiano, con questo nuovo album, è stata dettata da esigenze stilistiche o di opportunità?
È un mix delle due cose, ma l’importante è il punto di partenza: ho voluto, non dovuto cantare in italiano. Di sicuro la frequentazione con J Ax e con i Club Dogo è stata determinante, in questa scelta. Ma mi sono cimentato con dei testi in italiano solo quando mi sono sentito sicuro di me e soprattutto quando ho avuto qualcosa da dire. All’inizio,  quando cercavo di scrivere nella mia lingua in realtà traducevo dall’inglese. Avevo anche già centoquaranta-centocinquanta pezzi pronti in inglese, ma ho preferito ripartire da capo e mettermi a scriverne di nuovi in italiano.

Newrante sembra anche differenziarsi dal vostro disco d’esordio per il ricorso a sonorità differenti…
Sì, più che un’evoluzione però è stato una specie di ritorno, perché in realtà mi è sempre piaciuto sperimentare con i suoni. Col primo disco volevo dimostrare di poter fare un album rock e basta, quindi ho tenuto solo i pezzi chitarra basso batteria. Con questo invece mi sono divertito di più, è stato una specie di rollercoaster tra un genere musicale e l’altro.

Questa evoluzione stilistica è in qualche modo legata al cambio di formazione di quest’anno?
No, anche perché nei dischi ho sempre cantato e suonato tutto io. In questo modo mi viene tutto più comodo e facile.

La collaborazione con J Ax, invece, ha influenzato la vostra musica?

Un musicista è influenzato dai suoi ascolti e dagli altri musicisti che frequenta, da questo non si scappa. Quindi sì, ho imparato tanto dalla frequentazione di Ax e della sua cricca, ma spero anche di aver dato qualcosa. Del resto, ho prodotto i suoi ultimi due album che sono andati molto bene, pur essendo stati registrati in maniera non tradizionale. Il mio non è il classico studio pieno di strumentazioni costosissime, è molto più artigianale. La musica sta cambiando anche per questo, perché non servono più grandi studi per fare un disco come si deve.

Passando invece ai live, aprire i concerti di nomi come Vasco Rossi, Babyshambles, Iggy Pop, Graham Coxon, dev’essere stata una grande gavetta…

Già dai primi anni ci facevano aprire i concerti di band internazionali, e il merito va a Barley Arts, con cui è stato sempre un grandissimo piacere lavorare. Hai detto bene, è stata una vera e propria gavetta, confrontarsi con artisti di fama internazionale. Il bello è che spesso ci scambiavano per una band britannica e a fine concerto venivano da noi a parlarci in inglese. E in qualche modo per noi era un complimento.

Qualche cosa da aggiungere?

Il tour per promuovere Newrante partirà a ottobre e ci terrà impegnati per un paio di mesi: è possibile trovare tutte le date sul nostro sito ufficiale.


The Styles – Newrante