di Marco Agustoni

Gli anni delle posse e della lotta nei centri sociali sembrano lontani, così come quelli dei primi successi, delle polemiche e della consacrazione. Da sette anni i 99 Posse non si facevano più sentire - quantomeno a livello collettivo, perché a livello individuale i membri del gruppo nel frattempo hanno portato avanti numerosi progetti - quindi sembrava naturale considerare finita questa particolare esperienza, forse unica all’interno della musica italiana. Eppure, nel 2009 i 99 Posse sono tornati: senza Meg, nel nucleo originario composta da  Luca “O’ Zulù” Persico, Marco “Kaya Pezz8” Messina e Massimo “JRM” Jovine, con un tour e un brano inedito dedicato alle ronde, cui farà seguito l’anno prossimo un nuovo disco, che loro stessi definiscono “collettivo”. Ce ne parla Zulù in un’intervista per Sky.it.

Nella serata al c.s. Cantiere di Milano, sono accorse talmente tante persone che avete dovuto fare due concerti in una volta sola: dopo sette anni di assenza vi aspettavate una tale accoglienza?
Ci aspettavamo calore, ma non a questo livello. Ci aspettavamo anche tante presenze perché è stata la gente a chiederci di tornare a suonare, ma non così numerose: abbiamo “sfondato” tutti i posti in cui siamo andati a suonare ed è rimasta sempre gente fuori, quindi c’è grande soddisfazione.

Per il vostro tour avete scelto ancora una volta, come luoghi d’elezione, i centri sociali: c’è ancora un legame forte tra voi e questo tipo di realtà?
Abbiamo un legame fortissimo con i centri sociali e il legame che questi hanno con la cultura e la politica è rimasto intatto. È il rapporto delle città con i singoli centri sociali che è cambiato: certamente a Napoli hanno perso centralità, ed è così un po’ ovunque. Però c’è un movimento - che non si esprime con manifestazioni e bollettini, perché non è organizzato - che è enorme ed esprime malcontento nei confronti della politica e della rappresentatività politica. È tutta questa gente che ci ha chiesto di tornare per avere di nuovo una voce chiara e distinta che li rappresenti.

Quindi il vostro rientro è dovuto anche al mutamento del clima politico avvenuto in questi ultimi anni?
È esclusivamente legato al clima politico che è cambiato. Da un punto di vista musicale, eravamo tutti contenti delle cose che abbiamo cominciato a fare dopo i 99 Posse, ma ci mancava un media potente come i 99 per esprimere un certo disappunto. Nessuno dei nostri progetti solisti ha mai raggiunto il risultato popolare del vecchio gruppo. Quindi nel momento in cui l’attacco alla nostra gente, alla nostra cultura e al nostro stile di vita è diventato così pesante, abbiamo pensato che fosse il caso di rirprendere in mano le “armi” che avevamo per  contrastarlo.

In questi sette anni, in effetti, non siete stati fermi…
Sì, io ho scritto subito un libro, quando i 99 si stavano sciogliendo. Poi ho fatto la colonna sonora di un film girato a Milano, Fame Chimica, e ho trovato il tempo di viaggiare: in Iraq, in Palestina, un paio di volte in Kurdistan, in Giordania… tornato a casa ho sentito l’esigenza di scrivere di quel che avevo visto, e così ho fatto tre tournée e due dischi con il nome di Al Mukawama, parola araba che significa “la resistenza”. Mi sono riunito con i Bisca, c’è stato anche un disco intitolato I tre terroni, e ho incontrato Enrico Capuano, cantautore romano, con cui abbiamo provato a miscelare le sonorità della tammuriata, del rock’n’roll e della mia musica in un unico suono: è un concerto che si è fatto tutta quest’estate e che si alternerà col progetto dei 99 Posse. Il nostro bassista, JRM, ha aperto un’esperienza culturale a Napoli, Musica Nueva, per un po’ è stato il bassista degli Aretuska di Roy Paci e ha seguito la produzione di due dischi degli Jovine. Marco Posse, oltre a un paio di progetti di musica elettronica chiamati Resina, Pentole e Computer e Nous, quest’ultimo assieme a Meg, si è creato una specializzazione nella sonorizzazione d’immagini.  

E questo vostro nuovo live come si struttura?
Stiamo portando in tour i pezzi di tutti i nostri vecchi album e in più abbiamo trovato anche il modo di metterci uno dei brani inediti che faranno parte del prossimo disco che uscirà.

Quindi prevedete ulteriori sviluppi per questo vostro rientro?
Sì, per ora il pezzo lo facciamo solo dal vivo. Non appena avremo finito di lavorare alla sua struttura musicale, diventerà un brano in free download. Poi poco prima dell’estate prossima ne uscirà un altro e durante l’estate o immediatamente dopo dovrebbe uscire il disco. Questo primo brano si intitola Italia a mano armata e parla delle ronde, di questo tentativo mirabolante di mettere i manganelli in mano agli italiani e di farne le squadracce del duemila. Per quanto riguarda il disco, mentre prima con i 99 avevamo una posizione un po’ privilegiata, quella dell’avanguardia politica dei centri sociali, oggi è scomparso il punto di vista dell’organizzazione politica per lasciar posto a quello dei cittadini. Mentre prima vivevamo la maggior parte del tempo assieme ai nostri compagni dei centri sociali, ora lo passiamo con la gente dei nostri quartieri. Quindi nel disco avremo un approccio più da “persone normali”. Anche per questo abbiamo deciso di scrivere alcune canzoni in forma collettiva, ad esempio tramite un progetto di formazione culturale e musicale all’interno delle scuole dei quartieri più a rischio di Napoli, e andando all’interno delle carceri.

Dal punto di vista musicale, invece, cosa è cambiato in questo periodo?

È cambiata l’organizzazione stessa della musica. Abbiamo smesso in un mondo in cui c’erano le multinazionali che facevano i dischi e la gente se li comprava, e ritorniamo in un mondo in cui queste falliscono una dietro l’altra. Ora i dischi si fanno ancora con i miliardi delle case discografiche, ma anche con l’estro delle persone, cosa che era venuta un po’ a mancare negli ultimi anni di strapotere delle multinazionali. È un po’ in grande l’effeto che avevano avuto le posse sulla musica stessa. Con le posse alcuni artisti hanno cominciato a scrivere rime e a cantarle su basi che non gli appartenevano, tipo le b-side dei dischi reggae e hip hop d’importazione, e questo lo potevano fare un po’ tutti. Già questa era stata una forma di democratizzazione della musica. Oggi è ancora meglio, puoi prenderti tutto gratis su internet e fare quello che vuoi. Per chi ha voglia di comunicare qualcosa, o anche solo per chi ha voglia di rompere un po’, c’è un intero mondo a disposizione.