di Fabrizio Basso

C'è una canzone di Francesco Guccini che si intitola Blackout. Racconta di una casa, un paese, una città che restano senza luce. Niente frigorifero nè lavatrice. Niente luce e niente tivù. Questo è Pavana, quando la si incontra in un pomeriggio di pioggia e umori umidi che escono dal terreno. E' il mondo di Francesco Guccini. Lui qui è semplicemente Francesco. Vive in una casa di fine Settecento, una casa di famiglia, dalla quale si ode il fiume Limentra, che ha popolato le sue canzoni, e poco più sotto c'è il mulino. Altro luogo imprescindibile per chi è cresciuto con le sue poesie in musica. Lui è un omone di 69 anni armato di sana pigrizia. Sembra che il mondo non entri tra quelle mura. E invece quella casa contiene mondo e vita. Storie e umanità. Un dorato isolamento il suo, condiviso con la compagna Raffaella, i gatti, gli amici pavanesi e i suoi pensieri.

Nessun collega viene a violentare la sua quiete?

No. Raramente capita Luciano Ligabue. Ultimamente Zucchero, sono stato anche a trovarlo vicino a Sarzana.
Va ancora a Bologna in via Paolo Fabbri 43?
Non esistono più le osterie. Non c'è più quella Bologna che io affrontavo dopo la mezzanotte. E la vivevo fino all'alba. E' cambiata anche la gente. Una volta si era oste per tutta la vita.
Sente la mancanza di qualcuno in particolare?
Che vuole che le dica. Se ci penso sono tanti gli amici che non ci sono più: i miei montanari di Pavana ma anche Giorgio Gaber, Augusto dei Nomadi (con i quali fece un tour memorabile nel 1979 diventato anche disco, ndr) e Fabrizio de André.
Con Faber vi conoscevate bene?
Avevamo progettato un tour insieme, una scaletta fatta di canzoni dell'uno e dell'altro. Potevamo scambiarcele, cantare in coppia....ci saremmo divertiti. Ma i manager ci impedirono di tradurre i desideri in realtà.
Non è rimasto nulla di voi due?
Io ho mille lire firmate da lui che erano la posta di una partita a scopa o a briscola. Una volta abbiamo fatto una scommessa. Gli raccontai che nel 1211, o forse era il 1219, la flotta bolognese sconfisse quella veneziana alle foci del Reno. Non ci credeva. E poi c'è un aneddoto legato alla Genesi (canzone di Opera Buffa del 1973, ndr).
Cioè?
Alcuni versi della canzone sono stati tagliati: quando dice Francesco svegliato sono il tuo Dio prima del mio stupore c’era un verso che è stato tagliato e recitava De André non fare l’asinone, come se fosse lui a scherzarmi travestito da Padreterno.
Opera Buffa contiene un altro brano di grande attualità che è Fantoni Cesira: narra di una ragazza disposta a tutto pur di raggiungere il successo. Ai tempi, per un gioco di ph, ovvero divenne Cesira Phantoni, fu abbinata a Sophia Loren, la quale segue la regola che per avere i soldi la fama e la gloria bisogna essere un poco put…
Quasi non la ricordavo. Potrei pensare di proporla nei concerti. Fosse solo tristezza che mette, ma è soprattutto vergogna. Rimpiangere la Democrazia Cristiana non è una grande soddisfazione. Tempo fa il ministro Alfano mi ha indicato come il suo cantautore preferito: anche questa doveva capitarmi.
Politicamente da che parte ci mettiamo?
Ho un passato socialista, di partito d’azione e anarcoide. Ora Pd. La sinistra è ancora capace di fare autocritica.
Quando chiude il concerto con La locomotiva i pugni al cielo sono sempre tanti e le mani sono giovani.
Quella è una canzone che coinvolge. Scommetto che si levano pugni che abitualmente votano a destra.
A vent'anni è tutto ancora intero?
Ho fiducia nei giovani: a Pavana sono vispi e interessati. Ma se penso a quelli del Grande Fratello: ma dove li trovano?
Contento di Pierluigi Bersani segretario del Pd?
E' bravo.
E di Obama?
E' coraggioso
Silvia Baraldini le deve un po' libertà: la sua canzone è stata importante.
Quando faccio concerti a Roma viene sempre a trovarmi.
Lei ha dedicato una canzone anche a Carlo Giuliani, la vittima del G8 di Genova: Piazza Alimonda.
Anche lì ogni volta che sono a Genova ci passo perché ho l'hotel vicino. E' una piazza di rara bruttezza. Ho notato che nel giardino non c'è più la salvia splendens, che fa parte della famiglia della salvia ma non è commestibile e fa un fiore rosso.
In Amerigo ha cantato la migrazione degli italiani. E' così diversa da quella di oggi?
Intanto ora siamo noi ad accogliere e non a essere accolti. Qua in zona ce ne sono molti. Cambia il senso delle radici. Qui il senso è forte. Immagino che in città sia più debole.
Il cantautore è una stirpe in estinzione?
Nella concezione storica sì ma a essere in crisi è la discografia. Io sono diventato conosciuto al quarto disco, Radici. Oggi chi ti concede più questo tempo? Se sbagli il primo spesso sei fuori. Certo che se rifletto sulla crisi della scuola, quella del cantautore fa sorridere.
C'è chi scherza che lei ha costruito una carriera con pochi accordi, 10 o 12.
(Ride, ndr) Direi qualcuno di più. Il problema è che molti hanno la grande illusione di essere musicisti e invece siamo artigiani. Ho conosciuto un musicista di Raoul Casadei che sapeva fare di tutto come io quando suonavo nelle balere. Diciamo che noi eravamo più creativi, i ragazzi di oggi forse conoscono un po' di più la musica.
E' dal 2004 che non pubblica un album. L'ultimo fu Ritratti.
Ora, con l'amico Alberto Bertoni, sto lavorando a una mia biografia. Per il nuovo disco ho già pronte tre canzoni, prima o poi arriveranno le altre quattro. Nei miei dischi ce ne sono in media sette essendo assai lunghe. Una si intitola o Il testamento o il funerale del pagliaccio: racconta la sua morte ma è una metafora per tutti noi. Lo ammetto sono un pigro.

E' suggestivo e suggestionante sedere al tavolo con lui. I suoi silenzi sono pieni più delle sue parole talvolta. Abbiamo condiviso il piacere di un bicchiere di Chianti, ha sconfessato la leggenda del fiasco sul palco tutt'al più -precisa- la bottiglia di vino. Ora sappiamo che Pavana non è solo un ricordo lasciato tra i castagni dell'Appennino. Ed è inutile cercare le parole perché la pietra antica non emette suono. Ma quella casa, quel mulino, quel fiume, Francesco e i suoi montanari sono parole. Vive.

Francesco Guccini esegue Piccola Città