di Marco Agustoni

Angelique Kidjo
, cantante del Benin vincitrice di numerosi Grammy Awards, non è soltanto una grande musicista. Prima ancora, è una grande personalità, che si è sempre schierata in prima linea per portare avanti le sue battaglie, sia in difesa del Pianeta che del suo continente di origine, l'Africa. Abbiamo parlato con l'ambasciatrice UNICEF, in uscita a febbraio con il suo nuovo disco Oyo, nel quale ricanta alcuni brani tradizionali africani e una serie di classici di Otis Redding, Santana e altri artisti.

Come ha scelto le cover per il suo ultimo album?
Ho deciso di fare Oyo come tributo a tutti quegli artisti che con la loro musica mi hanno aiutato a trascorrere l'infanzia e l'adolescenza in maniera pacifica e felice. Tutt'oggi, quando ascolto la musica mi sento sicura, mi sento amata, apprezzata. Questi artisti sono davvero parte della mia vita. Mio padre, mia madre e i miei fratelli mi hanno fatto sentire queste canzoni quando stavo crescendo  e io pensavo che fosse così per ogni bambino del mondo. Poi ho capito che non era così e che i nostri genitori ci hanno cresciuto con la musica, con lo sport, con la cultura per darci un bagaglio di conoscenze che ci aiutassero nella vita. Quindi, questo album è un tributo a Miriam Makeba, perché è stata il mio modello di vita e mi ha dato la consapevolezza di essere una donna africana in grado di fare ciò che vuole, e a mio padre che è scomparso l'anno scorso, perche era diverso dagli altri padri in Africa dato che non mi considerava come qualcosa di sua proprietà.

Come mai ha scelto di collaborare nell'album con John Legend e Diana Reeves?
Sono miei amici. Ho voluto John per registrare Move On Up perché era una canzone che avevo scritto per i giovani africani e lui ha fatto molto per loro. Non sono state collaborazioni programmate, semplicemente sono successe.

È vero che una delle canzoni dell'album, Atcha Houn, è la prima che lei abbia mai eseguito in pubblico?

Sì, avevo sei anni e l'ho cantata con la compagnia teatrale di mia madre. Una bambina che doveva recitare la parte di una piccola principessa era malata e così, visto che passavo molto tempo a gironzolare intorno mentre loro facevano le prove e conoscevo la parte, mia mamma mi ha detto: “Ci andrai tu, sul palco”. Io le ho risposto che non ne avevo intenzione, ma lei mi ha infilato il costume e mi ha detto che ero carina e che ci sarei andata, sul palco. “Neanche per sogno, io non ci vado”, le ho risposto. Mi ci ha spinto, in scena. Avevo una luce puntata contro ed ero terrorizzata. Al che mia mamma mi ha detto: “Dai, falli ridere come fai ridere noi a casa”. E io l'ho fatto. Tutti ridevano ed è andata a meraviglia.

In che misura Oyo è stato influenzato dal tuo paese d'origine, il Benin?
Molto, perché ho scoperto queste canzoni mentre ancora vivevo in Benin, non quando sono andata in America o in Europa. Sono da sempre parte della mia vita. Inoltre, la musica tradizionale gioca un ruolo importante nel disco, perché per me è stato il cemento per poter ascoltare quelle canzoni, per poter passare da uno stile musicale tradizionale a uno più moderno.

Come si è sentita nel sapere di avere vinto il Premio Tenco come cantautrice?
Mi sono sentita onorata e sorpresa, perché ho un legame particolare con l'Italia e la sua cultura. Anche se quando vengo in Italia ingrasso sempre, perché non riesco a smettere di mangiare. (ride)

Di recente ha parlato alla conferenza sul clima di Copenhagen: ci può riassumere la sua posizione in merito?
C'è un solo pianeta e c'è una sola umanità. Se la gente ancora non crede che il clima stia cambiando, allora vuol dire che non viaggia e non mette mai il naso fuori di casa. Io viaggio molto e vado spesso in Africa, dove i contadini non riescono a far crescere più niente e non sono in grado di sfamare i loro figli, perché non piove e la terra è secca. Il cambiamento del clima è reale. Se in un posto dove prima nevicava ora ci sono diciannove gradi, allora qualcosa non va.

I governi occidentali hanno una responsabilità maggiore, in questo?
Sì, perché sono loro che danno la licenza di uccidere alle grandi corporation. Le lasciano inquinare al di fuori dei loro Paesi. Ci sono intere terre in balia delle corporation.

Pensa che i Paesi africani saranno in grado, nel futuro prossimo, di uscire dalla posizione marginale in cui l'Occidente li ha confinati negli ultimi decenni?
Alcuni potrebbero farcelo, così come la Cina ce l'ha fatta. Ma ora non mi sembra che la Cina si stia comportando in maniera diversa da loro. Portano operai in Africa, non creano lavoro e si prendono tutte le risorse. Ce la prendiamo con i politici africani perché sono corrotti, ma perché loro siano corrotti, ci dev'essere qualcuno che ha i soldi e l'intenzione di corromperli.

Di recente ha cantato durante i sorteggi per i Mondiali del 2010 in Sudafrica: pensa che avere un mondiale in un Paese africano sia già un piccolo segno?
Lo spero e dico anche che era l'ora perché non era possibile non fare un Mondiale in Africa. Ormai è pieno di giocatori africani che giocano nelle squadre dei Paesi ricchi. Quel che mi piace del calcio è che si tratta di un gioco di squadra in cui tutti collaborano per lo stesso obbiettivo: con l'Unicef abbiamo un programma che tenta di tenere i bambini africani fuori dai guai proprio grazie al calcio.