di Giuseppe Lamanna

Ideale rappresentate della "indie alternative", Paolo Saporiti è un vero e proprio vagabondo della musica, un moderno menestrello esistenzialista e radical chic, che esplora la realtà quotidiana attraverso intrecci musicali essenziali, creando melodie sottili, profonde e graffianti. In Alone, suo terzo album solista, il primo con etichetta Universal Music, il cantautore milanese compie una spasmodica ricerca dei dettagli dell'animo umano, sottolineata dalla profondità dei suoi testi e scanditi da una splendida voce.

Dopo una ricerca musicale durata vent'anni, esce Alone, il suo primo album da solista per una major. In questo periodo è cambiato molto, tranne l'uso della lingua inglese.

Ormai da tempo, quasi da sempre direi, i miei riflessi musicali sono sulla lingua inglese. Per quanto riguarda la lingua italiana non ho una conoscenza della musica neanche dal punto di vista concreto, escludendo il solo Fabrizio De Andrè, l'unico capace di incuriosirmi e catturarmi proprio per le grandi difficoltà che all'inizio ho avuto per ascoltarlo e capirlo.

Eppure i suoi esordi "indipendenti" sono stati proprio in italiano

In determinate circostanze, soprattutto all'inizio della mia carriera, l'italiano è stata una vera e propria urgenza. Quasi diciottenne ho scritto un album completamente in italiano. Lo scopo era parlare ad una ragazza, e banalmente scrivevo in italiano perché mi potesse capire. La musica ovviamente non è questo, tutt'altro. Da quel momento in avanti, l'inglese è stato sempre la prima scelta. Ricordiamo però che in Alone c'è anche un brano in italiano dal titolo "Gelo".

Lei ha raccontato che nel 1989, facendo ascoltare il suo lavoro al più importante rivenditori di dischi del nord Italia, si sentì rispondere che le sue canzoni non erano male, ma che comunque sia i cantautori sia la musica erano morti.


È stato un episodio fondamentale per me, che mi ha spinto a perseverare. Ricordo ancora che gli consegnai una musicassetta con 13 brani in italiano. Lui mi rispose esattamente così, con la coscienza di una persona che mastica musica nell'atto di venderla, e che quindi ha il polso della situazione. Spero che adesso possa gradire il mio lavoro.

Apparentemente, Alone può sembrare un album essenziale. In realtà, dietro si nasconde un grande lavoro, anche di selezione.

Esattamente. Non è un album nato in poco tempo, anzi. Al suo interno troviamo canzoni che sono ancora figlie e debitrici di quel momento "italiano" della mia carriera, come ad esempio il primo singolo "Rotten Flowers".

La cover del'album, invece, è una bellissima fotografia di Tiziana Cera Rosco , rielaborata pittoricamente da Dario Ballantini. Come vi siete incontrati?

Negli ultimi tempi ci siamo visti molto spesso alle varie mostre. In particolare, ero rimasto molto colpito da uno dei suoi quadri, un ritratto. Così, quasi per gioco, gli ho detto che sarebbe stato bello bello se da una mia immagine fosse uscito qualcosa che conservavo dentro. Il risultato è esattamente quello che mi ero fantasticato. Trovo che Dario Ballantini abbia la straordinaria capacità di cogliere i colori che sono dentro le persone. Da questa mia immagine ha tirato fuori molte cose, nonostante un'espressione che invece porta verso l'introspezione.

Quale tipo di percorso artistico ha affrontato, prima di arrivare qui dove si trova ora?

Mi considero come un "surfista della domenica". La verità è che nasco come grande sportivo, anche se oggi di sportivo in me rimane ben poco. La prima vera sensazione di ritmo e di goduria reale nella vita l'ho scoperta sciando. In quel momento ho trovato delle cose, poi ritrovate quando ho iniziato a suonare e fare teatro. Cadere nel ritmo, e vedere che le cose succedono senza che tu debba metterci nulla, perché hai lavorato abbastanza su te stesso è l'essenza vera dello sport. Per la musica credo sia la stessa cosa.

Alone comprende dodici brani molto intensi, dotati di testi di confronto duro con la realtà, che non è per niente rasserenante

La mia unica interlocutrice è la realtà quotidiana. La mia strada artistica l'ho trovata viaggiando dentro di me. Non sono andato a cercare altri luoghi. Abitare la musica ti dona molte cose, che ti permettono di viaggiare e vivere in un mondo creato da altri e che è una forma di arricchimento totale. Un'esperienza fondamentale in questo senso è stato il teatro. L'incontro con Renzo Casale della Comuna Baires (www.comunabaires.it), è stato formativo dal punto di vista umano. È un uomo dotato di potere straordinario: illuminare gli altri.

La sua musica è molto minimalista. Non ha mai avuto la tentazione di allargarsi, aprendosi ad altri musicisti?

La visione della mia musica è chitarra e voce. Ho imparato ad apprezzare il violoncello negli ultimi due anni e mezzo. In questo tipo di live c'è la summa della mia arte. Contaminando spesso quello che faccio con quello che sono, quello che sento e che dico, trovo che le esperienza siano tutte legate dai rapporti umani. Baso tutto sulla filosofia del mio precedente album "Just let it happen", ovvero lasciamo che accada. Sono convinto che solo partendo dai rapporti personali si riesca ad essere creativi.

Come arriva un indipendente come lei ad una grande major come la Universal?

È giusto raccontare che il titolo dell'album in realtà nella mia testa era "I could die alone". Tuttavia, confrontandomi con gli altri, sono reso contro che traspariva un concetto di morte sbagliato, come se avessi la consapevolezza che sarei morto da solo. Il mio punto di vista era troppo ermetico. In relatà il mio messaggio è diverso. È nell'incontro con gli altri che io sto bene. Ed è una scoperta, non una cosa scontata come potrebbe sembrare. Nella mia vita, come tanti, ho fantasticato di poter fare tutto da solo. E così non è. L'indipendeza è anche questa, conquistarti la tua coerenza come solo ma nell'apertura rispetto agli incontri e alle possibilità che ti danno gli altri.

Oltre al teatro, nella sua vita c'è un'importante esperienza universitaria di psicologia.

Ho studiato psicologia a Torino, lasciando alla tesi. Uno dei sogni principali che ho avuto era fare lo psicanalista. Credo che l'autodidattica sia il massimo. Il succo di tutte le cose si trova nel momento in cui una persona riesce a crearsi un percorso, per arrivare ad essere pieno di ciò che riesce a darsi da solo. La psicologia è stata un'esigenza prima di tutto. Per far quadrare alcune cose le ho affrontate anche dal punto di vista della conoscenza, oltre che dal punto di vista del lavoro emotivo. Un percorso che mi ha dato gli strumenti per conoscere certe cose e controllarle. Questo è un grave errore, perché poi ho avuto la presunzione di poter controllare tutto. Il vero successo è arrivare a conoscere le cose, viverle e sentirle per lasciarle andare. La psicologia mi ha insegnato che è meglio abbandonare quello che si arriva a conoscere. È una materia che risolve tutte le domande che ti poni, portandoti via la creatività. A livello emotivo, ti dà un'interpretazione per ogni cosa, alla quale poi rimani vincolato. L'arte non può essere questo.

Con l'esperienza accumulata in questi vent'anni di musica, cosa risponderebbe oggi a chi dice che i cantautori e la musica sono morti?


Dico che non bisogna avere paura, perché la musica esisterà sempre. Non solo è viva, ma gode anche di ottima salute.