di Fabrizio Basso

Un titolo che è ben più di un programma. Macchissenefrega significa avere aperto gli occhi su un mondo che, a lungo frequentato, si è poi dimostrato poco amichevole. E soprattutto poco chiaro. E così Massimo Di Cataldo ha scelto di riprendersi la sua musica, le sue idee e di prodursi il suo settimo lavoro in studio. Per l'appunto Macchissenefrega.

Partiamo dal titolo...
La discografia pensa a sè e non alla crescita della cultura musicale italiana. C'è poca voglia di sostenere idee nuove.
Il suo è un album deciso nelle scelte artistiche.
E' molto sentito. E' un taglio netto. A un certo punto diventa difficile sentirsi raffigurato per qualcosa che non sei. Ci sono dei mezzi ricatti fatti di frasi subdole. Macchissenefrega è il mio passato che scalciava per uscire, è fregarsene di forme preconcette, rifiutarsi di essere un mero prodotto di commercio.
Ha una struttura che ricorda un concept.
Diciamo che ha una sua circolarità. Da qualunque punto parti ha un suo sviluppo logico.. E' una circonferenza.
Un giro del mondo...
Più o meno. Anche i giri armonici tornano.
Ci sono anche brani vecchi?
Almeno tre erano pronti per altri dischi ma non hanno trovato spazio.
Ascoltandolo si percepisce una bella ironia.
E' vero. E' un elemento che mancava almeno nei due dischi precedenti: era schiacciata da arrangiamenti, produzioni e direttori artistici. E mi dispiaceva perché nella mia vita l'ironia ha un ruolo importante.
Che ha fatto in tutto questo tempo? L'ultimo disco è del 2005. Poi c'è la raccolta dell'anno seguente.
Ho viaggiato molto. Il booklet del disco è per gran parte composto da foto che ho scattato in Olanda. Ho contatti con persone in tutto il mondo che grazie ai social network riesco ad alimentare con costanza.
Tour?
Se ne parla più avanti.

L'assestamento prosegue. Di Cataldo si è ripreso se stesso ed è la cosa più importante. L'album lo riflette e ciò è garanzia di un futuro vibrante.

Massimo Di Cataldo in Schegge di Luce