di Marco Agustoni

Karkadan, classe 1983, nato a Tunisi ed emigrato in Italia per motivi di studio, si mischia presto alla scena hip hop underground milanese e comincia a collaborare con i Club Dogo e la loro Dogo Gang. Le sue rime in arabo, italiano e francese e la contaminazione del rap con la dance (basti ascoltare il singolo Discoteque) danno vita a uno stile caratteristico che confluisce ora nel suo primo disco“ufficiale, Karkadance, che esce il 5 febbraio per Universal. Il rapper tunisino ha parlato del disco, di integrazione e di hip hop in un incontro con la stampa.

Come è arrivato in Italia?

Sono entrato con il permesso di studio, poi qui ho trovato tutta un'altra realtà rispetto a quel che mi aspettavo ed è cominciata la vera vita. È come il pugilato, bisogna cominciare a lottare per ottenere qualche risultato.

A proposito di pugilato, come nasce questa sua passione per Muhammad Alì?
Mi è sempre piaciuta la figura di Muhammad Alì. Poi d'improvviso e con mia grande sorpresa mi sono ritrovato tra i top friend sul suo MySpace, gestito da suo nipote, che si occupa del suo ufficio stampa e della sua immagine sui social network. Così ho pensato che dovevo fare un pezzo su di lui, Alì Bom, progetto che lui stesso ha promosso e a cui tengo molto.

È stato difficile trovare spazio nella scena hip hop italiana?
È cominciato tutto attraverso i centri sociali, per la mia carriera underground. Non ho trovato molte difficoltà, perché ero già ben organizzato. Una volta però il rap era più limitato su cassa e rullante, ora invece sono stati introdotti molti synth e infatti io ho dato alla mia musica un taglio dance.  È stato lì che ho avuto qualche difficoltà perché in molti hanno cominciato a criticarmi.

Come è stato cominciare a comporre rime non solo in arabo, ma anche in italiano?

Non è stato immediato, infatti ho aspettato quattro anni prima di provarci. Però poi farlo mi ha portato dei risultati. Non è stato facile, ma a dire il vero neanche difficile, perché mi basta andare su qualche social network e vedere i commenti di quelli che mi chiamano “finto arabo” o mi scrivono “tornatene a casa” per trovare l'ispirazione. (ride)

Le sue canzoni sono ascoltate anche in Tunisia?
Nel mio Paese le mie canzoni non girano molto, perché sono considerate volgari o sovversive (nda: uno dei brani del disco polemizza fortemente con l'attuale presidente Zin El Abidin Ben Ali). Alcune sono state anche censurate.

Nel corso del concerto Sing Sing organizzato al carcere di San Vittore a Milano, ho notato l'accoglienza trionfale che le ha riservato la popolazione nordafricana del carcere. Il suo pubblico è prevalentemente arabo o italiano, oppure è trasversale?

All'inizio il mio pubblico era soprattutto italiano, quello arabo non mi conosceva neanche, a parte quelli che già mi seguivano quando stavo in Tunisia. Poi mi hanno scoperto anche loro e adesso come dici mi seguono con grande trasporto.

Com'è essere stranieri in Italia?

Ne parlo in Etnicity, canzone che è nata perché ho in testa il sogno di vedere una città multietnica, cosa che invece a Milano e nel resto d'Italia non c'è. Qui non c'è comunicazione tra cinesi e neri, tra neri e italiani. Ognuno se ne sta nel proprio quartiere. Anche da parte degli immigrati, non c'è vero interesse a integrarsi, ma solo a guadagnare qualche soldo da mandare a casa.