di Marco Agustoni

Mattia De Luca, italiano di nascita ma anglosassone di formazione, decide un giorno di inviare un nastro al celebre chitarrista Phil Palmer, senza sperare più di tanto in una risposta. Invece, Palmer si fa vivo il giorno seguente e in breve diventa il produttore del ragazzo. Lo step successivo consiste nel contattare Caterina Caselli e la sua Sugar, ma anche qui Mattia non ci conta molto. E invece, ancora una volta, la fortuna gli sorride. Ora ha un contratto discografico e un disco in uscita il 19 febbraio, intitolato Dreamers, e si esibirà sul palco dell'Ariston a Sanremo, nella categoria Nuova Generazione.

Come si sente, con tutte queste novità?
Emozionato e contento, non vedo l'ora di salire sul palco.

Cosa ci può dire della canzone che porterà a Sanremo Nuova Generazione?

La canzone si chiama Non parlare più ed è un pezzo nato in inglese, si chiamava Change, e sarà sull'album Dreamers. Racconta quel momento in cui non c'è più bisogno di parole, per capirsi basta uno sguardo. È la complicità, se vogliamo. La musica e il testo originale li ho scritti io, poi l'adattamento in italiano l'ho fatto assieme a Francesco Tricarico.

Com'è stato lavorare con Tricarico?
Molto interessante. È stata la prima volta che scrivevo in italiano con un altro autore, quindi per me è stato un momento particolare. Ma devo dire che ci siamo trovati benissimo e ne è nata una collaborazione, tanto che altri due pezzi dell'album li ho scritti assieme a lui.

Lei canta sia in inglese sia in italiano: con quale delle due lingue si trova più a suo agio?
Credo con l'inglese, per il semplice fatto che sono cresciuto sia musicalmente sia culturalmente studiando in quella lingua. A diciott'anni sono andato in America, ho vissuto lì quattro anni e ne ho passato un altro in giro, da vagabondo, quindi mi sento più a mio agio con l'inglese.

E come mai non è rimasto lì?

Sono stato cacciato per problemi di visto. Quando sono tornato ho avuto un momento in cui volevo stare attaccato al carrello dell'aereo e non farmi lasciare qui. (ride) Però adesso devo dire che sono contentissimo della scelta.

Come è nato l'album, Dreamers?
È cominciato dopo un incontro con Phil Palmer, che poi è diventato il produttore dell'album. Gli ho dato il mio progetto di laurea dell'Università di Berklee, con tre pezzi registrati, pensando che non mi avrebbe mai ricontattato... e poi invece il mattino dopo mi ha chiamato chiedendo se potevamo incontrarci. Da lì è nata la nostra collaborazione e la nostra amicizia e pian piano abbiamo fatto l'album.

Ha un suo pronostico per Sanremo?
No, non lo faccio, non voglio sbilanciarmi. Spero di divertirmi, poi quello che viene in più...

Cosa ne pensa dell'esclusione di Morgan dal Festival?
Non so, se hanno ritenuto giusto escluderlo avranno i loro motivi e io non mi permetto di giudicare. Anche se questa cosa fa parte del personaggio, non è che non si sapesse...