di Fabrizio Basso

Chiudete gli occhi. Uscite dal vostro corpo e andate in qualche pub inglese. O più a nord, in una bettola delle Highland. Sedetevi al bancone di legno, sfregiato da mille coltelli che ci hanno inciso amore e rabbia. Prendetevi un boccale di birra. O un bicchiere di whisky. E ascoltare i Rummer and Grapes. Sarete ipnotizzati da una musica suadente che sa essere rock ma anche ballad. E da una voce che affabula. Poi riaprite gli occhi e non siete Oltremanica. Ma in Italia. Per l'esattezza a Terni. E allora qualcosa non quadra. O meglio quadra eccome solo che, come spesso abbiamo già scritto, l'Italia è un paese per vecchi. In generale ma musicalmente di più. E quindi dimostrare il proprio valore è difficile oltre l'immaginabile. Ma la convinzione può più della naftalina mentale e così Simona Cioccoloni, voce, Valerio Conti, chitarra, Gabriele Raggi, basso, e Luca Ferrotti, batteria, macinano note e sono usciti con l'album Every Damned Friday, un arlecchino di pop e new wave, con inserimenti ballad e tanta energia. A farci da guida nel loro mondo è la cantante, Simona Cioccoloni. Sembra uscita da un film di Tim Burton. Con le corde vocali può fare ciò che vuole. Anche annodarle e tenere comunque un tono alto.

Siete un gruppo giovane: come nascete?
In realtà ci conosciamo da bambini. Ognuno con le sue esperienze e i suoi percorsi. Facevamo per lo più cover. Poi ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso di provare a costruire qualcosa di nostro.
Quasi per caso, dunque.
Più che per caso per gioco. Luca, il batterista, le ha poi incise e fatte girare. Siamo andati al MEI e poi ci ha "incrociati" il programma Rai Demo e ci ha invitato al loro Festival a Lamezia Terme.
Una bella soddisfazione.
In due giorni abbiamo cantato davanti a 40mila persone. Adrenalina a mille ma anche la gioia di sentire che il pubblico apprezzava. Per esere la nostra prima uscita...beh direi che è stato un bello svezzamento.
Il disco?
Abbiamo mandato i pezzi a un po' di etichette indipendenti. Ci ha chiamato Govind Khurana della New Model Label: ci siamo visti, parlati e piaciuti.
Contenti anche di Every Damned Friday?
Molto. Ci spiace solo non avere potuto inserire la cover di Wild World di Cat Stevens. La major non ha dato il permesso. Ne eravamo orgogliosi perché era venuta particolarmente bene.
Lei è l'anima del gruppo?
Collaboriamo tutti ma se c'è un'anima è Luca Ferrarotti.
Perché avete scelto l'inglese?
Si adatta alla musica meglio dell'italiano. Spesso le liriche nascono in italiano, io le traduco e le vestiamo con la musica. E' più melodioso dell'italiano, secondo me, ha più musicalità. Oltre a essere un idioma mondiale.
Andate dal rock acceso di Why alla dolcezza di My Princess Anna.
Abbiamo varie influenze che si traducono in vari stili. My Princess Anna è nata in un pomeriggio, di getto. Altre volte ci vuole più studio.
Lei come nasce artisticamente?

Cantavo, con una amica, nei pianobar. Alle feste. Da adolescente degli anni Ottanta sono cresciuta col dualismo Duran Duran-Spandau Ballet.
Che fa nella vita?
Lavoro in una pasticceria inizio la mattina alle 5.
Appena finiti i concerti.
Più o meno anche se ne facciamo pochi per ora. E qua in zona. Vorremmo allargarci almeno al centro Italia. Come si dice dalle nostre parti...i nostri live sono una bella botta!
Il vostro nome si ispira a un pub inglese del Settecento.
Tradotto significa bicchiere e acino. Ci è piaciuto subito.
E il titolo dell'album?
E' un verso della canzone Short Drink.
Anche le canzoni sono...short.
Si attestano sui tre minuti, tre minuti e mezzo.
Prossima tappa?
Suonare dal vivo.

Da Terni con furore. Per esorcizzare quel dannato venerdì e leggere, nel fondo dei bicchieri svuotati e abbandonati sul tavolo di un pub, che il pop non arriva solo dall'Inghilterra. O dagli Usa. Si può anche fare in Italia. E bene. Anzi molto bene. Rummer and Grapes docet.

Rummer and Grapes in Not far Away