di Marco Agustoni

Vent’anni sono tanti nell’arco della vita di un uomo, figuriamoci in quello di una rock band. Tanti – e ormai più – ne hanno trascorsi gli svedesi Bear Quartet, alfieri del rock indipendente scandinavo in uscita con il loro quindicesimo disco in studio intitolato 89, come l’anno in cui cominciarono a suonare. Li abbiamo sentiti a proposito del disco e di come la musica è cambiata in tutto questo tempo. Nel frattempo, se foste curiosi di avere un assaggio del loro sound, potete ascoltare in anteprima il singolo Millions.

Questo album, intitolato come l’anno in cui il Bear Quartet cominciò a suonare, è un tentativo di celebrare i vostri primi anni come band?
Sì, vuole celebrare l’anno di nascita del Bear Quartet. È anche l’anno della caduta del Muro di Berlino, del lancio di Internet e della Rivoluzione francese: tutti quanti punti di riferimento libertari che, con il senno di poi, sono sembrati migliori a parole che nei fatti. Non intendo certo dire che sia andato tutto male, ma di certo neanche bene.

Quali sono le principali influenze che si possono trovare in 89?
Noi stessi, il fatto che ci siamo messi assieme e abbiamo fatto un album come volevamo che fosse fatto. E anche, un sacco di musica africana, di metal, black music e altro ancora. E la parte buona degli anni ’80: Kate Bush, Simple Minds, PiL, Black Flag e così via.

Quanto si è evoluto il vostro suono dal vostro esordio all'ultimo disco?
È impossibile rispondere: il nostro primo disco è uscito nel ’92 e 89 è il nostro quindicesimo, o giù di lì, e tutti quanti i nostri album si sono differenziati l’uno dall’altro. Amiamo molto i nostri vecchi album ma sono come una vecchia bicicletta o una maglietta usata.

Come pensate che sia cambiato il business musicale in questi venti anni di attività?
Siamo andati di male in peggio. Tutti pensano soltanto ai soldi o al profitto. Un tempo era così per le etichette discografiche, per le major, ma ormai è uguale dappertutto: le etichette indipendenti sono condotte come se fossero delle major, le band sono insulse, spaventate e populistiche, i consumatori rifiutano di pagare per quel che ascoltano e quando la gente dice che quantomeno oggi fare musica costa meno, grazie ai computer e a queste robe, parlano a vanvera perché la maggior parte della nuova musica fa schifo. Ovviamente ci sono delle eccezioni a ognuna di queste lamentele e di certo ci piace pensare di essere una di queste. Ma se anche la gente ci odiasse, non c’è problema. Cerchiamo semplicemente di rimanere fedeli a, non lo so, noi stessi, immagino. E di tenerci fuori dai guai.