di Marco Agustoni

Dalle fredde terre della Svezia arriva la musica calda e intensa di The Fine Arts Showcase, rock band capitanata da un romantico sognatore, Gustaf Kjellander (chitarra e voce), che assieme ai suoi amici Joachim Leksell (basso), Dan Englund (chitarra, piano e tastiera) e Fabian Ris Lundblad (batteria) ha inciso Dolophine Smile, quarto disco in studio del gruppo scandinavo. Ce ne parla Gustaf in un’intervista esclusiva. Nel frattempo, per farvi un’idea della musica dei TFAS, potete ascoltare il singolo London My Town.

Quanto pensate che Dolophine Smile rassomigli e quanto si differenzi dai vostri precedenti lavori?
Prima di tutto penso a Dolophine Smile come a un disco in qualche modo più cupo dei precedenti tre. Inoltre come band abbiamo arrangiato le canzoni in sala prove. I Fine Arts Showcase hanno avuto molte fasi: all’inizio eravamo solo io e Dan. Nel primo disco, Gustaf Kjellvander Proudly Presents The Fine Arts Showcase & the Electric Pavilion, abbiamo suonato io, lui e due musicisti “in affitto”. Radiola è stato in pratica un disco solista. Poi a un certo punto con Sing Rough Bunnies, con l’aggiunta di Joachim e poi Fabian, siamo diventati una band vera e propria. Penso comunque che ci sia un continuum nella nostra musica: a eccezione di Sing Rough Bunnies ho scritto io tutte le canzoni e c’è una certa melanconia romantica in tutti i dischi. Non pubblicherei mai un disco se non fossi convinto che fosse all’altezza o migliore del precedente, quindi a mio parere Dolophine Smile è il migliore.

L’ispirazione per le canzoni di questo album viene da vicende personali?

Assolutamente sì! Non sono un cantautore di fantasia. Il mio obbiettivo è di documentare la mia vita in musica con l’aiuto dei miei amici della band. Sono sicuro che ci siano dei grandissimi album di fantasia, ma i miei non lo sono. Sono una persona molto egoriferita e ho la necessità di scrivere canzoni… è una compulsione e una passione allo stesso tempo, e non mi sentirei a posto se non scrivessi qualcosa su di me. Per fortuna ho sempre qualcosa in ballo, quindi anche se rimango una settimana o due senza scrivere canzoni, solo troppo incasinato e romantico per non avere più cose da scrivere.

Quanto conta la musica e quanto le parole nelle vostre canzoni?
Non potrei scegliere un aspetto o l’altro, direi che sono inseparabili. È questo che è fantastico delle canzoni. Cosa sarebbe una canzone come Da Do Ron Ron dei Crystals senza la melodia? Su carta queste parole non vogliono dire niente… ma è la combinazione delle due cose che le rende poesia.

Citate tra le vostre fonti d’ispirazione musicali artisti come Otis Redding, i Velvet Underground, i Supremes, Phil Spector e via dicendo… come fate a mettere insieme tante suggestioni differenti?
Tutti questi artisti o band sono fantastici! Nella mia testa ci sono solo due tipi di musica: buona o cattiva. Così tante band mi hanno ispirato come cantautore e hanno ispirato noi come band in così tanti modi differenti che è impossibile stendere una lista accurata di tutto ciò che ha stimolato i Fine Arts Showcase. Abbiamo tutti gusti diversi: io e Joachim amiamo The Fall, Fabian e Dan no. Io e Dan amiamo Appetite for Destruction, invece Joachim non ascolterebbe i Guns’n’Roses neanche morto. Quel che ci accomuna è l’amore assoluto per la musica… questo e i vecchi dischi country di artisti come Hank Williams.

Sulla vostra pagina MySpace definite la vostra musica “kamikaze-pop”: cosa intendete con questo termine?
The Fine Arts Showcase è una band ma è anche la missione di distruggere tutte le cose che non ci piacciono al mondo. Non è come se io o noi ci fossimo messi insieme in una band… è la band che si è messa insieme da sola! È un’entità a sé stante e il nostro leader collettivo. L’esperienza umana consiste nel sapere che, dato che prima o poi moriremo, siamo tutti quanti a bordo di una nave che affonda… la vita è, purtroppo, una missione suicida.