di Marco Agustoni

Spesso si accusa il mercato musicale italiano di essere chiuso e provinciale, e al di là delle dovute distinzioni e precisazioni qualcosa di vero c’è, in questa affermazione. Così la pensano gli Hana B, band italiana i cui membri si sono spostati a Londra, dove è nato il loro secondo disco, Ruins’ Hotel (in uscita l’8 marzo), cantato in inglese e con un sound che rimanda a band britanniche come i Radiohead o i Coldplay della prima ora. Ce ne ha parlato Fabrizio Vitale, cantante del gruppo.

Partiamo dal vostro nome: viene spontaneo pensare a un omaggio al quasi omonimo film di Takeshi Kitano…
È proprio quello. Quando qualche anno fa abbiamo dovuto scegliere il nome, abbiamo visto il film e ci è piaciuto il fatto che passasse da attimi di pura violenza e velocità filmica ad altri di dolcezza e armonia. La musica che facevamo all’epoca e di cui sono rimaste tracce anche adesso è molto simile.

Come mai avete deciso di registrare Ruins’ Hotel a Londra?
C’è dietro il fatto che noi come gruppo ci siamo trasferiti a Londra e viviamo lì ormai da tre anni. Ci siamo finiti per ragioni musicali, nel senso che quando abbiamo terminato le registrazioni del nostro primo disco volevamo produrre dei B-side e abbiamo pensato di farlo a Londra, dato che ci piacevano i prodotti inglesi e volevamo capire che cosa facesse la differenza. Poi ci è piaciuta talmente tanto che ci siamo spostati lì in blocco tutti quanti. Quindi il disco l’abbiamo registrato a Londra perché ormai facevamo base lì e perché volevamo allontanarci dal mondo della musica italiana, che da un po’ di tempo ci aveva deluso.

Quindi, più che una decisione musicale, è stata una decisione di vita?
Sì, poi diciamo che la nostra vita è strettamente legata alla musica, perché è quello facciamo.

Dal vostro primo album sono passati quattro anni, che non sono pochi in termini discografici…
Per noi Ruins’ Hotel è davvero un nuovo inizio. Nel primo album cantavo in italiano ed è stato un po’ come misurarsi con lo studio di registrazione più che creare un album vero e proprio. Ruins’ Hotel è il nostro primo disco effettivo. Io ora canto in inglese e per noi è tutto un altro mondo. Ci abbiamo messo così tanto perché di mezzo c’è stato il nostro trasloco, non solo fisico ma anche mentale, e perché volevamo prendercela con calma e calibrare bene tutto.

Ruins’ Hotel è cantato in inglese e ha un sound anglosassone, il che da un lato può essere un pregio. Dall’altro non avete però paura di perdere la vostra specificità culturale?
No, perché poi quella rimane. Non abbiamo mai cercato di trasformarci in inglesi, rimaniamo comunque italiani all’estero. Anche a livello musicale non abbiamo mai avuto questa paura, ci siamo totalmente abbandonati alla forza della musica anglosassone, perché comunque sapevamo che le radici restano sempre.

La scelta di cantare in inglese è dovuta solo a ragioni stilistiche o cela anche la volontà di rivolgersi a un pubblico più ampio?

Tutte e due le cose. A livello stilistico le nostre canzoni sono sempre nate in inglese, anche quelle di Camera obscura, che poi io cercavo di tradurre in italiano perché all’epoca mi interessava scrivere in italiano. Quando ho realizzato che forse era un andare contro il senso delle canzoni ho deciso di cantare in inglese. E poi c’è appunto la voglia di uscire dal mercato della musica italiana che ci pare sempre più asfittico.

Quali sono le principali suggestioni musicali che sono entrate in questo album?
Tantissime, non solo di matrice inglese ma anche americana. Sicuramente ci hanno influenzato gente come i Soulsavers, Mark Lanegan, Arcade Fire e tanti altri. Poi gli amori comuni di tutti quanti sono i soliti, dai Radiohead a David Bowie e ai Beatles, gruppi classici, quindi. Poi ognuno va alla scoperta dei suoi amori.

Hana B – I Miss You