di Fabrizio Basso

Tanti dischi nascono on the roa. In fin dei conti on the road oltre a Jack Keruac ci sono migliaia di musicisti. Ma un disco di chitarra, con imprinting claassico, che nasce sulla strada suscita interesse e curiosità. Anche perché in un simile caso ci si immagina un signore serio e serioso in uno studio di registrazione dove il silenzio è sacro. E invece Roberto Fabbri ha dita serie ma ainimo scanzonato. E sta aprendo una nuova stagione a uno strumento, la chitarra appunto, che nei secoli ha avuto più ruoli. E questo alternarsi di fortune e sfortune ha contribuito a costruirne il mito.

Partiamo dall'album: Beyond, si intitola.
Nasce on the road. Girando il mondo per tenere concerti o visto luoghi e situazioni. Sono cartoline musicali.
Ne deduco che alcune saranno anche datate.
Alcuni brani arrivano sui dieci anni. Ma le prime cinque sono degli ultimi dodici mesi. Il mio background classico mi porta a scrivere sempre e la scrittura conferisce una veste già definitiva.
Il 6 aprile 2010 sarà al Blue Note di Milano: che concerto vedremo?
Le mie canzoni soprattutto. Prima proponevo Bach e l'Ottocento italiano e qualcosa di mio: quando ho percepito che il pubblico gradiva ho gradualmente cambiato le proporzioni.
Farà anche qualche inedito?
Sono indeciso. E' più facile che aggiunga qualcosa del repertorio tradizionale, da Segovia a Tarrega. Mi sento un musicsta del nostro tempo.
Non teme che gli ortodossi della chitarra le facciano un ostracismo?
Diciamo che siamo arrivati a essere così auto-referenziali che il pubblico un po' si è allontanato. Con Segovia c'è stata una inversione di tendenza: lui ha frequentato il classico ma sapeva cogliere la curiosità della gente. Con la sua morte siamo diventati più accademici degli accademici. Quindi occorre qualcosa di leggero per infrangere questo status quo. Ed è il dualismo dello strumento a fare la differenza.
Cioè?
E' uno strumento colto e popolare. Per questo è sopravvissuto nei secoli. Il Re Sole suonava la chitarra. In certi periodi Paganini la sostituì o alternò all'amato violino. Nel romanticismo il pianoforte è esploso e la chitarra è stata emarginata. Poi c'è stato il recupero di Segovia. Essere uno strumento di confine è stata la sua fortuna.
Lei suona una chitarra straordinaria, la Ferrari delle chitarre, la Ramirez 125° anniversario.
L'ha fatta conoscere Segovia. E la Ramirez ha contribuito a costruire il mito di Segovia. Si sono aiutati a vicenda. Ho una ventina di chitarre ma questa è la Ferrari. Permette cambi di tonalità netti e affascina la gente. E' una Ferrari: sai che puoi spingere l'acceleratore quanto vuoi.
Lei insegna chitarra: c'è una scuola italiana?
E' tra le più anriche anche se istituzionalmente nasce negli anni Cinquanta. In Spagna e Venezuale era nei Conservatori già a inizio Novecento. Proprio per questo molti grandi italiano sono andati all'estero. Una stirpe di musicisti emigranti.

Ma questo non dovrà più accadere. Perché grazie all'entusiasmo di Roberto Fabbri la chitarra ha riconquistato l'Italia. Una nuova primavera. E se un domani ci fosse qualche temporale nessuna ansia: c'è sempre una nuova primavera per questo strumento.

Roberto Fabbri in Beyond