di Marco Agustoni

Sono una band cresciuta sul campo, The Sun, con anni di gavetta a suonare in Italia e all'estero, arrivando a condividere il palco con gruppi di culto come Offspring, Cure e Vandals. Prima, a dire il vero, si chiamavano Sun Eats Hours e cantavano in inglese, mentre ora hanno abbreviato in The Sun, ma la sostanza rimane quella. La novità, piuttosto, è l'uscita il 18 maggio scorso del loro primo disco in italiano (ma ne hanno già in cantiere uno in inglese), intitolato Spiriti del sole, anticipato dal singolo 1972, di cui vi proponiamo il video in anteprima. Per l'occasione abbiamo intervistato Francesco Lorenzi, cantante della band.

Come è stato deciso e cosa ha comportato questo cambio di nome, che è poi coinciso anche con un cambio stilistico?
Il cambio di nome è stato prima di tutto una semplificazione. Ci chiamavamo Sun Eats Hours, però girando in Italia e all’estero ci accorgevamo che tutti abbreviavano in Sun. Spesso poi i giornali o i siti web riportavano sbagliato il nostro nome, perché non era semplice da scrivere. Da qui, un paio di anni fa abbiamo deciso di tenere solo The Sun. Questo poi è coinciso anche con la scrittura e produzione di un disco interamente in italiano. Inoltre ci sembrava che sia per lo stile armonico che dei testi The Sun rispecchiasse meglio questa solarità.

La scelta di passare dall’inglese all’italiano come è avvenuta?
È successo già in passato che altri gruppi che cantavano in inglese cominciassero a cantare in italiano, non dico sotto minaccia ma quasi. Per i sottoscritti la cosa è stata del tutto naturale, tanto che già dal 2006 scrivevo sia pezzi in inglese che in italiano. Questi ultimi sono rimasti chiusi per un po’ nel cassetto, poi il li feci ascoltare al nostro produttore, a cui piacquero moltissimo, e fu lui a convincermi a fare un tentativo registrando i brani in italiano. Dopodiché ci siamo tutti resi conto che questi pezzi avevano qualcosa di speciale. Così ora continuamo con la produzione di un disco in inglese e di questo in italiano.

Come pensate che i vostri vecchi fan prenderanno questi cambiamenti?
Abbiamo avuto la possibilità di confrontarci con una buona parte dei nostri vecchi fan. Lo stile sonoro è rimasto quasi invariato e ormai la notizia del nostro primo disco in italiano gira già da un anno. Posso quindi dirti che la maggior parte del nostro pubblico italiano ha preso molto bene questa evoluzione. All'estero invece i nostri dischi resteranno in inglese.

Pur essendo piuttosto giovani, avete già alle spalle anni di esperienza anche a livello internazionale: quanto vi è utile oggi questa gavetta?
Tantissimo. La gavetta è parte fondamentale di quello che siamo. Se abbiamo un certo apprezzamento per le opportunità che ci vengono date, nasce dall'esperienza maturata nel tempo.

C'è un brano del disco, Non ho paura, che sembra rappresentare bene il vostro coraggio nel buttarvi in tutto e per tutto nella musica...
Proprio così. Per me Non ho paura è il manifesto dell'album. Nel senso di “non ho paura di evolvermi, di credere in quello che sento essere giusto, di cambiare”. Infatti la canzone vuole essere un urlo per rivendicare la nostra possibilità di scegliere, fino a metterci in discussione in ogni singolo ambito della nostra vita. Perché la musica ha davvero rivoluzionato le nostre vite, ci siamo messi in gioco per la musica, abbiamo prosciugato i nostri conti in banca, ci siamo aggrappati a questo sogno con tutte le nostre forze, ma questo ci ha salvato molte volte. Ogni volta che le cose sembravano bloccarci, la nostra fede ci ha salvato.

A proposito di fede, si coglie un forte sentimento religioso nelle vostre canzoni...

La nostra fede influisce in modo totale, non solo nella scrittura ma sotto ogni aspetto, perché quando incontri Gesù Cristo tutto ciò che è intorno a te viene letto in modo nuovo e diverso. Noi come band abbiamo avuto modo di fare tante esperienze, che in alcuni momenti ci hanno allontanato, in altri avvicinato alla spiritualità. Negli ultimi anni c'è stato un forte avvicinamento, non solo in ambito cattolico-cristiano, ma sotto tutti gli aspetti spirituali.

Le va di parlarci brevemente del video del vostro primo singolo, 1972?
1972 è un pezzo pop-rock, direi, sia da un punto di vista ritmico che compositivo. Non è altro che la storia dei miei genitori e si intitola così perché è l'anno in cui si sono sposati. Il video di Gaetano Morbioli ripercorre quel che è successo nella realtà: mia madre era innamorata di mio padre, ma suo padre non permetteva che questa relazione potesse andare avanti, così lei scappò di casa e i miei si sposarono di nascosto. Quindi io ce l'ho un po' nel dna di seguire quel che sento anche a costo di dover combattere.

Come sono nati invece i video “Tutti vogliono i The Sun” che girano su YouTube?
Ci sono state un paio di fan che hanno preparato il video di Trapattoni e lo hanno messo online. Abbiamo un rapporto diretto con molti dei nostri fan e questo era un po' il loro modo per bacchettarci perché stavamo ritardando con l'uscita del disco. Dopo averlo visto abbiamo deciso di rispondere facendone altri, come quello di Pulp Fiction, anche per far vedere che la pasta della band è sempre la stessa.

Sabato 29 gennaio 2011 alla Salumeria della Musica di Milano chiude, con un concerto che si preannuncia esplosivo, il tour invernale della band. L'appuntamento è alle ore 21.30.