di Marco Agustoni

La musica come strumento di indagine sociale. Così si può riassumere il concetto alla base del progetto Amor Fou, gruppo giunto al suo secondo disco con I moralisti, in uscita il 4 maggio. Ce ne parlano in un’intervista i quattro membri della band: Alessandro (voce), Leziero (batterista), Paolo (basso) e Giuliano (chitarra).

Domanda d’obbligo: chi sono i moralisti del titolo?

Alessandro: Questo è il nostro secondo album. Il primo, Le stagioni del cannibale, era ispirato a una coppia vissuta negli anni ’70. Il progetto Amor Fou è nato per ritrarre storie e persone del nostro Paese e questo secondo disco vuole prendere in considerazione la generazione nata tra gli anni ’60 e ’80. I moralisti offre una carrellata di personaggi reali che abbiamo conosciuto viaggiando per l’Italia. Abbiamo deciso di chiamarli così perché ognuna di queste persone comuni si differenzia dalla società per una serie di scelte di vita, a volte costruttive, a volte drammatiche. Oggi invece non si vedono molte vite improntate su un valore o un principio.

Trovate che stiamo vivendo una crisi dell’etica?
Alessandro: Forse certi concetti sono stati superati dagli eventi. Ma dal nostro punto di vista c’è una sorta di black out: tutti i riferimenti etici del Paese, come ad esempio i politici, compiono oggi una sorta di abiura morale. Anche gli adulti, che dovrebbero essere un punto di riferimento per i giovani, sono diventati un esempio di immaturità.
Leziero: È come se certi punti fermi della morale accettata dalla società si fossero sfaldati e si stesse formando, anche se in maniera inconsapevole, una nuova morale. Ma del resto il concetto stesso di morale è desueto: negli ultimi venti anni sono cambiate più cose che nei precedenti ottanta e il concetto stesso di morale va riconsiderato.

Con la vostra musica cercate di analizzare la società, forse in controtendenza rispetto al cantautorato attuale, più intimista: trovate che negli ultimi anni ci sia stato uno scollamento tra musica e società?
Alessandro: Uno dei presupposti di questo disco è proprio rivendicare una valenza della canzone d’autore, che per decenni è stata un osservatorio privilegiato della vita quotidiana. In un periodo storico come questo, un cantautore dovrebbe fare il punto della situazione non solo su se stesso, ma sulla società in generale.

Com’è il rapporto con la vostra città, Milano?
Alessandro: È conflittuale. Quasi nessuno di noi è originario di Milano e nessuno di noi vive appieno questa città. Però è un ottimo posto per un progetto come questo, offre una lunga serie di spunti.
Leziero: Milano offre un vero catalogo di tipologie umane. Negli ultimi tempi, poi, è stato stimolante scoprire la storia della città, che è così in antitesi rispetto all’attualità, riscoprirne le radici e la cultura popolare.
Paolo: Il luogo dove abbiamo registrato il disco è uno studio in un quartiere, Baggio, che un tempo era un paese e poi è stato inglobato, ma che ha conservato la struttura del paesino, col suo macellaio, la le osterie, le botteghe…
Giuliano: Registrare questo disco ci ha poi fornito spunti ulteriori sulla città.

Nella vostra musica si nota più una tendenza alla sottrazione che all’accumulo: questo è funzionale a lasciare in primo piano il messaggio delle canzoni?
Leziero: Dopo il primo disco, in cui ci siamo aiutati molto nelle atmosfere con sonorità elettroniche, siamo riusciti a trovare una forma di scrittura che si è andata sempre più sintetizzando, fino ad arrivare a questo secondo disco, che è stato registrato in modo analogico, con solo chitarra, basso e batteria e l’unica aggiunta di un vecchio Farfisa gigantesco. Può sembrare un passaggio forte, ma volevamo asciugare il suono il più possibile per far venire fuori la canzone. Più che di minimalismo, parlerei proprio di sintesi.

Come legate testi e tessuto sonoro?

Alessandro: Già dal primo disco si è creata un’ottima intesa tra me e Leziero nella scrittura. Le canzoni nascono in maniera veloce e quasi da subito ci immaginiamo il brano finito, dopodiché la scrittura arriva in modo compatto.