di Camilla Sernagiotto

Gli appassionati di blues, country, ragtime e di tutta la musica popolar-rurale dell’America degli anni ’20 e ’30 non possono perderselo, ma nemmeno i profani che, nonostante non siano veri intenditori, hanno almeno amato la soundtrack del film Fratello, dove sei?

Stiamo parlando dell’album Veronica & The Red Wine Serenaders, primo disco del progetto omonimo nato tre anni fa dalle menti e dagli strumenti di Veronica Sbergia e Max De Bernardi, rispettivamente voce, ukulele, kazoo, washboard e chitarra, banjo di questo straordinario gruppo la cui missione principale è quella di riscoprire e mantenere viva la ricchissima e preziosa tradizione musicale dell’America del Sud di inizio Novecento, rispettandone linguaggio e intenzione originari, ma adattandone il contesto ai giorni nostri.

In uscita il 21 maggio 2010, il disco è un perfetto cocktail di hokum, jug band music, country e blues che in 14 brani riuscirà a farvi assaporare l’atmosfera dei Medicine Shows, ovvero le esibizioni itineranti dei primi decenni del ‘900 durante le quali si vendevano medicamenti “miracolosi” negli intervalli di performance musicali o di intrattenimento vario.
Ogni brano nasce da un lavoro di ricerca quasi filologica, scavando alle radici delle sonorità statunitensi, che sono poi le stesse roots della musica pop internazionale di oggi: dal ragtime di You Drink Too Much degli State Street Swingers al country blues di Busy Bootin di Kokomo Arnold, fino ad arrivare anche al vaudeville e al soul incarnati rispettivamente nei brani Nobody Knows But Me e You Must Come In At The Door.
Non mancano all’appello nemmeno romantiche ballate “swingy” come Me, Myself & I e Lullaby of the Leale, echi di Hawaii rintracciabili in I Wanna Go Back to my Little Grass Shack, il jazz di New Orleans del pezzo I Whish I Could Shimmy Like My Sister Kate e il gospel rurale di You Must Come in at the Door.
A concludere l’album, un omaggio doveroso a Bessie Smith, la regina incontrastata del blues amatissima da Veronica di cui la band ripropone in versione live la canzone Good Old Wagon, classico intramontabile di genere.

Rivisitazioni, questo è assodato, ma i Veronica & The Red Wine Serenaders si discostano nettamente dall’universo delle cover band: il recupero dei brani di un tempo che fu non è un semplice sfizio di creare una scaletta vintage o retrò, ma un vero e proprio progetto di ricerca e di reinterpretazione liberissima di pietre miliari della storia della musica, purtroppo poco note al grande pubblico.

L’uso di strumenti non convenzionali come ukulele, kazoo e washboard, uniti ai più tradizionali contrabbasso, armonica, chitarra acustica, banjo e mandolino, riesce a ricreare un paesaggio musicale fatto di campagna, di delta del Mississipi, di campi di cotone, di crocicchi a cui vendere l’anima al diavolo (come si tramanda abbia fatto Robert Johnson), catapultando gli ascoltatori indietro nel tempo, fino ai primordi del blues anni ‘20.

Per chiunque abbia ancora in testa I'm A Man Of Constant Sorrow, il brano in cui George Clooney si esibisce assieme ai suoi Soggy Bottom Boys nel film dei fratelli Coen, il disco di Veronica & The Red Wine Serenaders sarà miracoloso medicamento che la scaccerà, facendo spazio a tutti e 14 i brani del loro imperdibile album.


INTERVISTA A VERONICA SBERGIA, CANTANTE DEI VERONICA & THE RED WINE SERENADERS

Da quanto suonate assieme tu e i The Red Wine Serenaders?
All’incirca da tre anni, ma è un progetto così in divenire che non saprei dire con precisione quando sia nata l’idea. Qualche anno fa abbiamo fondato questa piccola comunità musicale con l’obiettivo comune di riportare alla luce capolavori musicali dell’America anni ’20 e ’30.

Qual è la caratteristica che più vi contraddistingue dal vivo?
Innanzitutto non siamo amplificati, usiamo soltanto un microfono panoramico che ci permette di ottenere un suono “vintage”, in più molti dei nostri strumenti non sono quelli tradizionali: oltre a contrabbasso, armonica, chitarra acustica, banjo e mandolino, usiamo ukulele, kazoo e washboard. Per un’ora e mezza di spettacolo cerchiamo di coinvolgere il pubblico incuriosendolo sia con questi strumenti non convenzionali sia con veri e propri show ironici e divertenti.

Anticipazioni sul vostro Tour?
Gireremo praticamente tutta l’Italia, inoltre a luglio ci sarà il terzo tour in Francia, dove abbiamo un ottimo seguito, saremo anche in Svizzera e, speriamo, in tutta Europa! Il 16 maggio prossimo suoneremo in diretta live dalla Fiera del Libro di Torino per Radio 3 Rai, ospiti dei programmi Alza il volume e Farenheit.

Collaborazioni in vista?
Ce ne sarà una, imminente, con Bob Brozman, virtuoso della chitarra specializzato in blues, Gipsy Jazz, calypso, ragtime, musica hawaiana e caraibica che come noi nutre una vera e propria passione per la musica tradizionale statunitense.

Oltre alla musica “born in U.S.A.”, c’è qualche artista italiano che vi ha influenzato?
Alla base del progetto dei Veronica & The Red Wine Serenaders c’è soltanto la musica americana, ma come musicista io personalmente sono stata influenzata da un grande artista italiano, ovvero Luigi Tenco, di cui ho riproposto Se stasera sono qui assieme a Max De Bernardi in una compilation di ukulelisti italiani.