di Marco Agustoni

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Pensando alla Svizzera, più che delle rockstar, vengono spontaneamente in mente contadini e pastorelle, come peraltro sembrerebbero suggerirci anche il calendario delle contadine e quello dei contadini svizzeri. Eppure, dal Paese del cioccolato arriva anche del buon pop-rock, e i Lunik sono qui per dimostrarlo all’Europa. La band capitanata dall’affascinante cantate e frontwoman Jaël è infatti tornato con il nuovo album Small Lights in the Dark, uscito in questi giorni anche in Italia e preceduto dal singolo People Hurt People (guarda il video). Ce ne ha parlato proprio Jaël in un’intervista.

Cominciamo con una domanda personale: com’è essere l’unica ragazza in un gruppo di uomini?

Si sta bene, devo dire. Alle volte mi sento come se avessi tre papà, che è una cosa carina, mentre altre mi sembra di essere io la madre di tre bambini piccoli, a cui devo dire: “Fate questo! Non fate così!”. (ride) Ma è bello, siamo una band democratica in cui tutti decidono… anche se loro ogni tanto mi chiamano il loro “boss”, che non è affatto vero!

Di che cosa parla Small Lights in the Dark?

Parla di tante storie che sono successe nella mia vita o attorno a me. Mi piace raccontare storie. Ma è difficile dire di cosa parla esattamente l’album, perché ci sono dentro undici canzoni e ognuna ha la sua storia. Più che altro traggo ispirazione dalla mia vita personale, in ognuna di queste canzoni c’è un po’ di me. Ma non sono sempre su di me, alle volte mi piace diventare per così dire un’attrice e calarmi nei panni di altre persone. In ogni caso, per lo più sono emozioni, pensieri che ho sperimentato nella mia vita.

Questo è il vostro settimo album e differisce molto dai precedenti: come pensa che si sia evoluto il vostro sound?
Si è evoluto tantissimo. Abbiamo cominciato nel 1999 come band electro-pop, molto orientata verso le sonorità elettroniche, con suoni artificiali, blip e computer. Poi, col tempo ci siamo trasformati sempre più in una pop band. Ho cominciato a scrivere canzoni, amo molto la pop music, i ritornelli, le melodie, le emozioni… quindi ci siamo sempre più allontanati dai computer. Con la tecnologia puoi raggiungere la perfezione e noi non volevamo la perfezione, ma emozioni vere.

Questi cambiamenti sono stati naturali o studiati a tavolino?
Sono venuti fuori naturalmente, ma credo che abbiano a che fare con i cambiamenti di organico nella band: solo io e il Luk, il chitarrista, siamo rimasti dei membri originari, mentre gli altri sono cambiati. Per esempio, prima il nostro tastierista era molto interessato al suono in sé, mentre poi è stato rimpiazzato da Cedric, che è un grande strumentista, viene dal jazz e questo per forza ci ha cambiati molto. Ora ci piace suonare dal vivo, avere l’energia del palco.

Il disco sta andando molto bene in Svizzera. Cosa vi aspettate dal resto d’Europa?
Ora come ora ci interessa più che altro suonare in giro per l’Europa. In Svizzera ci sono molti concerti e festival, ma a un certo punto in una nazione così piccola non sai più dove suonare. Quindi il motivo principale per cui vogliamo avere successo fuori dalla Svizzera è poter fare più concerti.

Pensate che essere svizzeri abbia avuto un influsso sulla vostra musica?
Non penso, perché francamente le nostre canzoni sono internazionali e i miei testi esprimono emozioni condivisibili da tutti. Se ami qualcuno lo ami allo stesso modo sia che tu sia in Svizzera, che in Italia, che ne resto del mondo.

Avete in programma delle date in Italia?
So che suoneremo il 18 maggio in un live a RadioUno, e non vediamo l’ora, e poi più avanti faremo alcuni concerti, ma a essere sinceri non so ancora esattamente quando.