di Camilla Sernagiotto

Sono passati trent’anni da quel giorno in cui a Glasgow un ragazzo di nome Jim Kerr propose all’amico chitarrista Charlie Burchill di mettere in piedi una band, eppure dopo ben tre decenni Jim non ha certo intenzione di attaccare il microfono al chiodo.
Il suo amore per la musica lo divora così tanto da non fargli bastare più quel gruppo, passato alla storia con il nome di Simple Minds e tuttora attivo: Kerr sente il bisogno di “mettersi in proprio” e, soprattutto, di tornare per un po’ il ragazzo che era un tempo, quel giovane appassionato che aveva lasciato dietro di sé.

Da qui ecco nascere il suo pseudonimo Lostboy e il suo primo album da solista, che uscirà il 14 maggio 2010 con il titolo di Lostboy A.K.A.
Il cantante ci tiene a specificare che non si tratta della fine dei Simple Minds; la band scozzese che ha dominato la scena musicale degli Anni Ottanta non è giunta al capolinea, fatto sta che per la prima volta i due inseparabili amici e colleghi Kerr e Burchill prendono due strade diverse, o meglio: il primo si stacca dal gruppo per una passeggiata solitaria.
Il risultato sono undici brani nei quali sonorità pop-rock tipiche della formazione scozzese si amalgamano ad atmosfere synth-pop, in un cocktail dal retrogusto di Joy Division e Goldfrapp.
Ma l’oliva nel bicchiere è certamente quel suono che Jim Kerr sperava non uscisse fuori, ovvero quello inconfondibile dei Simple Minds e del loro pop alternativo misto a new wave.
Prodotto da Jez Coad, già dietro al mixer per gli ultimi due album dei Simple Minds (Black & White 050505 del 2005 e Graffiti Soul del 2009), il disco annovera Charlie Jones al basso, già collaboratore di gruppi come Led Zeppelin e Goldfrapp, mentre vede alla batteria Mel Gaynor, batterista dei Simple Minds dal 1982 ad oggi.

INTERVISTA A JIM KERR

Come è nato il tuo album solista?
Non avevo mai sentito il bisogno di fare un disco solista, anche perché con i Simple Minds ho sempre avuto abbastanza da fare… Eppure negli ultimi anni ho scritto molti pezzi e per alcune canzoni non mi sentivo il cantante dei Simple Minds. Mi sembrava di essere tornato indietro nel tempo, quando avevo 18 anni e la musica era in assoluto la cosa più importante della mia vita. A quell’età ero letteralmente ossessionato dalla musica: suonavo di mattina, di pomeriggio, a notte inoltrata… sempre, insomma.
Continuavo a scrivere pezzi nuovi, a suonare in giro con il mio gruppo e quella era musica allo stato puro, musica e basta. Quando arrivò il successo, la musica passò inevitabilmente in secondo piano: era sempre una parte preponderante della mia vita, ma lo era diventata meno perché dovevamo pensare a tutto quello che ci succedeva, ai concerti, alle copertine dei dischi, alle scalette per i concerti. Invece negli ultimi due anni la musica è tornata in primo piano: ho lavorato giorno e notte alle canzoni nuove, pensavo soltanto a quello.
Era come se fossi tornato quel ragazzo, con quella passione e quell’energia che mi bruciavano dentro. Credevo di aver perduto quel giovane, e da qui ho scelto il nome sia per il gruppo sia per il disco, ma in verità me lo sono sempre portato dietro, o meglio: dentro. Non si tratta di un alter ego, ma piuttosto di una parte di me.

I tuoi pezzi veicolano un messaggio sociale?
La musica in generale porta con sé messaggi sociali, ma le canzoni di questo disco non sono impegnate politicamente o socialmente come Mandela Day. Quando qualcuno mi chiede: “Perché non hai più scritto pezzi come Belfast Child?” io gli rispondo: “Ma perché l’ho già scritto una volta! Basta sostituire Ruanda o Iraq a Belfast, ma il messaggio è sempre lo stesso: un messaggio di pace universale.”

Hai in programma qualche tour?
Con i Simple Minds credo di no, visto che per un po’ non faremo nuovi album. I Lostboy invece l’album ce l’hanno già e, a breve, partiranno per il tour. In estate suoneremo anche in Italia, sicuramente a Milano.

Quando suoni con i Simple Minds, come scegliete la scaletta?
Innanzitutto litighiamo, ma alla fine riusciamo sempre a trovare una scaletta che ci mette tutti d’accordo. Vogliamo accontentare il pubblico facendo pezzi che si aspetta e che vuole ascoltare, però ci piace anche sorprenderlo con canzoni nuove. Ci piace variare e fare almeno 5 o 6 canzoni diverse ogni sera.

Qual è la tua canzone preferita di Lostboy A.K.A.?
L’ultima del disco, The wait.

E il tuo pezzo preferito dei Simple Minds?
Credo Someone Somewhere Summertime.

Che musica ascolti?
Di tutto: dalla musica classica ai Doors, David Bowie e Roxy Music. Ascolto parecchio jazz, adoro Billie Holiday, mi piacciono le colonne sonore, ma ultimamente mi capita di ascoltare soprattutto un disco nuovo: Lostboy A.K.A.!

Ascolti musica italiana?
Mi piace moltissimo: ascolto Battiato, Lucio Dalla e Pino Daniele.

Ti mancano gli Anni Ottanta?
Sono felice di aver vissuto quegli anni, perché mi hanno regalato tantissime emozioni, ma non vivo di nostalgia e tendo a non guardare mai al passato per crescere continuamente sia sul piano musicale sia su quello umano. Anche con Lostboy A.K.A. è andata così: nei miei pezzi non si sente nostalgia per gli Anni Ottanta o per il passato in generale, anche perché mi sento ancora troppo giovane per rimpiangere il passato!