di Marco Agustoni

I Gorillaz di Damon Albarn avevano dedicato una loro celebre canzone a Clint Eastwood (guarda il video). Davide Combusti, invece, ha pensato di rendere omaggio a Bob De Niro scegliendo come nome d'arte The Niro. Con questo alias aveva già prodotto un omonimo disco d'esordio che lo ha portato sotto le luci dei riflettori: ora è tornato col suo secondo lavoro solista, Best Wishes. Abbiamo parlato con Davide The Niro appena prima del sound check per il suo concerto al Magnolia di Milano: ecco l'intervista.

Cominiciamo con una curiosità: qual è l'origine del suo nome d'arte?
Nasce da una band che avevo fondato nel 2002 e si era sciolta due anni dopo. Tutti a Roma avevano cominiciato a soprannominarmi The Niro e così ho voluto portarmi dietro il nome, ovviamente con il beneplacito degli altri membri, che hanno preso strade diverse. Banalmente, è un omaggio al cinema in generale, perché le mie prime composizioni risultavano, per chi le ascoltava, affini alle musiche per il cinema. Inizialmente come primo nome avevamo scelto Bogart, ma c'erano già altre band che si chiamava così e siamo passati a The Niro.

A chi sono dedicati i Best Wishes dell'album?
Best Wishes è una canzone che avevo scritto in “dedica” a un produttore americano che voleva raggirarmi, senza scendere nei dettagli. Per fortuna ho capito in tempo la situazione e ho scritto questa canzone dedicata a lui, in cui gliene dico di tutti i colori.

Dopo il successo del primo album, si è sentito sotto pressione nel lavorare al disco nuovo?

Ero cosciente di avere gli occhi puntati addosso.. Tutti quanti erano molto attenti alle mie evoluzioni, ma in realtà sono riuscito a rimanere tranquillo e a realizzare una cosa che fosse mia al 100%.

Cosa ha messo dentro questo album?

Questo è un album che parla soprattutto di solitudine. Il primo parlava di abbandono, questo invece è nato in un periodo in cui mi sono trovato ad affrontare delle situazioni e prendere delle scelte importanti da solo. Quindi è questo il filo conduttore dei vari brani.

Per il prossimo speriamo che ci sia un tema più allegro...

Assolutamente! (ride) Poi è un periodo in cui sto scrivendo cose più solari. Ma cerco sempre di compensare: dove la musica è molto dolce metto un testo un po' più malato, dove invece è molto triste cerco di infondere un po' di speranza. Sarà il segno zodiacale, la bilancia, per cui cerco di bilanciare...

C'è un brano dell'album a cui è legato in maniera particolare?
Sicuramente il brano di chiusura, Post Atomic Dawn, che mi ha anche ispirato l'immagine di copertina. Mi sono immaginato un'alba post-atomica, con un giovane personaggio che si sveglia con un cielo rosso sangue e si accorge di essere rimasto solo. Ma anche se sa che non c'è più niente non sta fermo, anzi comincia a camminare. Ed ecco la speranza di cui parlavo... proprio un pizzico, perché in effetti ci ho messo un'esplosione atomica. (ride)

La scelta di cantare in inglese è stata spontanea?

Ho sempre scritto in inglese, inconsciamente. Ho provato a farlo in italiano ma ero talmente abituato a scrivere in inglese che non mi ci sono trovato. Adesso va bene, ma all'inizio cantare in inglese mi ha procurato dei problemi, perché all'epoca le etichette indipendenti mi chiedevano sempre di cantare in italiano, ma io mi rifiutavo.

Di recente l'ho sentita associare al termine crooner (guarda la fotogallery): lei si identifica con questa definizione?

Forse un po' quando faccio i concerti chitarra e voce, quelli che Federico Fiumani dei Diaframma definisce “i confidenziali”. In quelle situazioni mi sento un po' più crooner, anche perché la voce deve reggere molto di più lo spettacollo. In generale però cerco di puntare molto anche sulla musica, nel primo album ho suonato il 90% degli strumenti del disco, in questo un po' meno, ma siamo lì... quindi mi sento molto più musicista che non qualunque altra cosa.

Ho letto che le piacerebbe collaborare con Florence di Florence + The Machine (leggi l'intervista)...

Sì, è vero, l'avevo detto perché mi era stato chiesto con chi volessi duettare e mi avevano proposto questa allora sconosciuta Florence. La cosa non andò in porto e lei diventò famosa. Per il futuro, chissà...


The Niro – London Theatre