di Marco Agustoni

Jocelyn Pulsar, o meglio Francesco Pizzinelli, è un ragazzone trentunenne di Forlì che da piccolo, a differenza degli altri bambini, voleva fare il portiere. Questa pulsione naturale all’anticonformismo (“Secondo me un ragazzino che vuol fare il portiere è un po’ diverso dagli altri”) traspare nei suoi primi lavoro così come nel recente Il gruppo spalla non fa il soundcheck, originale album di cantautorato sghembo in cui Jocelyn fa tutto a modo suo. In attesa di vedere il primo video estratto dal disco e di ascoltarlo dal vivo (al di là di qualche data estiva, il tour vero e proprio dovrebbe partire da settembre), lo abbiamo intervistato per voi.

Cominciamo dalle presentazioni: da dove viene il nome Jocelyn Pulsar?
Il progetto inizialmente si chiamava Pulsar, che tra l’altro è il nome di una canzone del primissimo disco, che peraltro io disconosco. [ride] Erano altri due o tre che suonavano assieme a me, mentre dal secondo disco in avanti è diventata una cosa esclusivamente mia. Scoprimmo però che Pulsar come nome di una band esisteva già sia in Italia che all’estero, così abbiamo aggiunto questo Jocelyn davanti, dal nome della scienziata che le pulsar le ha scoperte, Jocelyn Bell. Fa un effetto un po’ intellettualoide, anche se la musica che faccio in realtà non lo è.

Sul web ogni tanto Jocelyn Pulsar viene presentato come gruppo, ogni tanto come progetto solista…

Sì, io comunque dal secondo disco ho continuato a presentarmi con il nome del gruppo. In realtà poi è un progetto che di volta in volta ingloba altre persone, chi viene a suonare con me e mi aiuta a registrare i dischi. Quindi non sono da solo, in effetti, anche se sono l’unico membro fisso. È qualcosa di più di uno pseudonimo, ma col tempo è anche diventato sempre di più uno pseudonimo e sempre meno il nome di una band.

Il disco ha un titolo programmatico e trasmette quest’idea dell’essere messi da parte: è un riferimento autobiografico?
È assolutamente autobiografico, perché comunque io tutt’ora non sono un nome di primo piano e soprattutto i primissimi tempi mi capitava di essere lo sparring partner nei live di nomi più conosciuti. Sono bellissime esperienze, ma vieni sempre un po’ messo da parte in favore del nome principale. Ma è un titolo chiaramente ironico, non c’è nessuna polemica. Credo che tutti i gruppi debbano fare esperienze di questo genere.

A livello tematico, cosa ha messo dentro questo disco?

Dei miei dischi è sicuramente quello più personale, quello che più degli altri è figlio della mia vita, di questo ultimo anno. Quindi è quello che meno degli altri è legato al concetto di anni ’80 e di citazionismo, di cui sono sempre “accusato”.

E questo interesse per gli anni ’80 da dove nasce?

Innanzitutto dal fatto che io ho trentun’anni e quindi negli anni ’80 ho vissuto la mia infanzia. Erano anni interessanti, sia da un punto di vista musicale che televisivo: c’erano telefilm bellissimi, che ora non a caso stanno tornando nelle versioni cinematografiche, tipo l’A-Team. Anche dal punto di vista calcistico. Ero un bambino che passava molto tempo davanti alla tv e tutte queste cose mi sono rimaste nel cervello e quando parlo vengono fuori. Anche perché gli anni successivi sono stati meno interessanti, non sono riusciti a fare presa su di me: il calcio è diventato un business, i telefilm si sono un po’ leccati…

A proposito di calcio, nel suo scorso disco ha intitolato una canzone a Claudio Garella, portiere storico di quel periodo: come è andata?
Quando stavo pensando alle canzoni per quel disco, mi è venuto in mente di quando il mio babbo, che come me è un tifoso del Cesena, mi parlava di questo portiere, di cui io non ricordo molto perché quando ha vinto lo scudetto col Verona io avevo sei anni. Ho pensato allora di fare questa canzone perché io da ragazzino facevo il portiere, che tra i ruoli mi sembra quello più romantico di tutta la formazione, perché c’è lui da solo e se para, bene, se non para… male. [ride] E ho voluto omaggiare Garella perché tra i portieri dell’epoca era il più strano: un po’ grasso, parava coi piedi…

Garella ha anche partecipato al video della canzone

Per il video siamo stati molto fortunati a riuscire a contattare Claudio, grazie ai social network, e da Torino è venuto a Forlì a girarlo. Lui è stato gentilissimo, ogni volta tengo a ringraziarlo: a cinquant’anni suonati prendere la macchina per venire a girare il video di un gruppo sconosciuto ricevendo in cambio solo un rimborso. Tra l’altro ha riso e scherzato con noi tutto il giorno e per uno che ha vinto uno scudetto con Maradona è stato fin troppo disponibile.

Tralasciando il primo album, disconosciuto, come pensa che si sia evoluta la sua musica attraverso i suoi altri quattro dischi?
Credo che i miei dischi abbiano un filo comune. C’è stata un’evoluzione soprattutto nei testi, ma anche nei suoni, perché questo è il primo disco che registro in uno studio “vero”, a Pordenone, quello di Enrico Berto degli Amari, che lavora con Bugo, registra le cose dei Tre Allegri Ragazzi Morti, dei Marta sui tubi… Da questo punto di vista c’è stato un cambiamento, perché l’ho lasciato libero di intervenire sugli arrangiamenti, sui suoni. Però c’è sempre un legame tra i miei album, anche se forse c’è un po’ più di ingenuità nei primi… ma peraltro continua ad esserci anche in questo. [ride]