di Marco Agustoni

Se la gente non va al concerto, il concerto va alla gente. È questo l’approccio filosofico che ha portato Valerio Ziglioli in arte Tao a girare per tre anni con la sua band a bordo di un pullmino Volkswagen per suonare nelle città di mezza Italia, all’interno di quella che lui stesso ha ribattezzato Tao Love Bus Experience. Ora, tutta l’energia e la passione messe nei live, sono state trasposte nel terzo lavoro del (come lui stesso ama definirsi) "cantautorock", il doppio cd Love Bus / Love Burns. Tao ce ne ha parlato in un’intervista esclusiva.

Cos’è esattamente un “cantautorock”?

Sono stato chiamato così da un giornalista che all’epoca del mio primo disco scrisse che ero un cantautorock. La definizione mi è piaciuta a tal punto che ne ho fatto un po’ la mia bandiera. A me piacciono i vecchi cantautori, quelli “primordiali”: De André, Tenco, Gino Paoli… però per quanto riguarda quelli successivi o attuali, non ho mai amato la figura del cantautore davanti, con i musicisti dietro a fare tappezzeria. Non ho neanche mai amato il prendersi troppo sul serio dei cantautori attuali o della generazione degli anni ’70. Poi, avendo un background piuttosto rock, più da band che cantautorale, ho pensato che tutto sommato la definizione potesse calzare a pennello.

In cosa consiste esattamente la Tao Love Bus Experience?
L’Experience è nata tre anni fa, con un tour rocambolesco che abbiamo fatto in maniera molto rock’n’roll io, la mia band e un manipolo di amici, prendendoci otto giorni per girare la Romagna. Abbiamo inaugurato questo nuovo modo di concepire il rock, cioè non la gente che va al concerto, ma il concerto che va direttamente dalle persone. Da quel lontano 2007 sono successe tante cose: oltre trecento concerti, 100.000 chilometri percorsi col nostro pullmino dell’amore e del rock’n’roll, più di centosettanta città italiane toccate… e soprattutto una cosa cominciata un po’ all’avventura che si è trasformata in un “neverending tour” che ci ha portato molto lontani. Ora ci chiamano per festival, raduni e quant’altro.

Tra Sanremo e piazza del Duomo a Milano, quali sono i posti più strani dove siete riusciti a portare questo pullmino?
Dovrei avere qui davanti l’elenco di tutte le date che abbiamo fatto… comunque ti posso dire che una delle imprese più storiche è stata di portare il Tao Love Bus all’interno del Rolling Stone, mitico locale di Milano purtroppo ora chiuso: ci è passato al pelo, per pochi centimetri…

Il pubblico ha sempre recepito positivamente questa cosa un po’ particolare?

Sì, l’ha sempre recepita benissimo, un po’ per la bellezza del pullmino in sé, un po’ per l’originalità della trovata, ma credo anche per l’approccio gentile che abbiamo nei confronti del pubblico, che trattiamo come persone e a cui ci rivolgiamo in maniera educata, e per la qualità della musica. Non per essere spocchiosi, ma ho sempre cercato di promuovere quella che secondo me è buona musica.

Come mai l’esigenza di un doppio cd?

Ho sempre sognato di dividere un disco per tematiche e sonorità, con una “dark side” e una “bright side”, più che un lato A e un lato B. In questo caso c’erano molte canzoni e mi è sembrato ingiusto pubblicare un primo disco e poi uscire con un secondo, per cui ho pensato di farne una suddivisione tematica. Love Bus parla di un amore universale e cosmico, mentre Love Burns di un amore più legato al rapporto uno a uno. Poi il primo ha le sonorità che abbiamo solitamente on the road, più rock, mentre il secondo è un mix un po’ strano di suoni anni ’50 e altri più eighties, new wave.

Per ricollegarsi al tuo nome, Tao, il disco è quindi diviso in una sorta di Yin e Yang, di opposti, con un disco focalizzato verso l’esterno e l’altro più introspettivo…
Hai centrato il punto, tanto che le due copertine dei dischi – che possono essere ascoltati nell’ordine che si preferisce, o anche l’uno indipendentemente dall’altro – rimandano a questo: quella di Love Bus raffigura il simbolo del Tao in cui una metà è rappresentata dal sottoscritto e l’altra dal pulmino, mentre in quella di Love Burns le due metà sono una maschile e una femminile. L’altro legame col mio pseudonimo ha a che vedere con il significato del termine Tao, ovvero “cammino”: non potevo scegliere un modo più azzeccato del Love Bus per tenere fede al mio nome d’arte…

Nella sua musica e nell’immaginario che la circonda ci sono molti riferimenti alla musica degli anni ’60-’70: e quella di oggi?
Non voglio fare di tutta l’erba un fascio né essere nichilista o nostalgico, però da quando soprattutto sono dovuto passare al digitale terrestre, gli unici due programmi che mi vedo sono quelli passano i vecchi filmati degli anni ’60 e ’70. Questo è indicativo dei miei gusti e di quello che penso di molta spazzatura che viene proposta. Ancora oggi esistono dei grandi artisti, ma purtroppo sono sommersi e spesso relegati a nicchia. Si è persa molto la qualità nel cosiddetto mainstream: oggi il concetto di pop music e cultura vanno in direzioni opposte. In Italia c’è una strana spaccatura: mentre nel mondo anglosassone – parliamo anche di mostri sacri come Beatles, Queen e U2 – ancora oggi ci sono band che fanno coincidere il grande successo commerciale con una qualità elevatissima, qui o c’è la musica di plastica per le masse, o la musica di nicchia che però si rivolge solo agli stessi musicisti di nicchia che se la cantano e se la suonano addosso. Sono divisioni molto sterili che lasciano il tempo che trovano.