di Marco Agustoni

Sono poche le persone con un nome palindromo, elemento di per sé già degno di nota. Se poi questo gioco di parole si associa a un innato talento musicale, è difficile non attirare l’attenzione. È il caso di Elisa Casile, classe 1984, che dopo essere passata per Sanremolab nel 2008 e aver inciso una serie di singoli, è arrivata al disco di esordio con Orchidee. La abbiamo intervistata per voi.

Cominciamo con una curiosità: il suo è un nome d’arte o ha davvero un nome palindromo?
No no, ho un nome palindromo per davvero, perché i miei genitori non se ne sono accorti, quando mi hanno iscritto all’anagrafe. È un puro caso. Poi più avanti è venuta fuori questa cosa. È fantastico, a me piace da morire e ci gioco molto.

Cosa simboleggiano le Orchidee che danno il titolo al suo primo album?
Ho scelto di dare questo nome al disco, prima di tutto perché è il titolo di una canzone dell’album, e poi perché è un po’ il simbolo che unisce tutte le canzoni per il significato che si nasconde dietro questi fiori, che è la sensualità. Tutte queste canzoni parlano della sensualità che viene presa, strappata, rincorsa, nuovamente abbandonata…

L’album contiene canzoni anche di un paio di anni fa… ci ha lavorato su per un po’, quindi?
Sì, il primo singolo è uscito un anno e mezzo fa, seguito da altri tre. Però le prime due canzoni in particolare sono state riviste in una nuova chiave. Poi in quest’ultimo anno mi sono dedicata al disco e mi faceva piacere metterle dentro perché erano l’inizio del percorso con la mia etichetta.

Quanto ha influito sulla sua carriera la partecipazione a Sanremolab 2008?
È stata un’esperienza incredibile per come si è evoluta. Io avevo scritto Pensiero costante qualche mese prima e avevo cominciato a lavorarci senza alcuna pretesa di portarlo a Sanremolab, poi invece è capitato… e durante il concorso ogni tappa mi portava una soddisfazione ulteriore. È stata un’esperienza molto utile per capire in che direzione andare.

Nell’album salta subito all’occhio una cover illustre, La canzone dell’amore perduto di Fabrizio De André: come è stato confrontarsi con lui?

Fabrizio De André è per me un maestro. È stato fondamentale da sempre, ascoltarlo mi ha permesso di dare un senso e un peso alla parola. Siccome quando suono questa canzone nei live mi trasporta sempre in un’altra dimensione, ho pensato che mi sarebbe piaciuto fare una sorta di omaggio al Meastro senza alcuna pretesa, confrontandomi nel mio piccolo con lui e ringraziandolo per tutti gli stimoli che mi ha dato negli anni.

Tra l’altro lei ha partecipato al premio Fabrizio De André…
Sì, l’anno scorso. Ho mandato la canzone Orchidee ed è stata selezionata per la finale a Roma. Questo mi ha permesso di salire su un palco dove si sono esibiti anche Cristiano De André, Paola Turci e altri grandi artisti.

Cosa ci può dire del suo ultimo video, Fuliggine?
È una canzone molto particolare, perché ha preso spunto da un discorso che ho sentito tra uomini che facevano la conta delle loro conquiste. Purtroppo o per fortuna questo mi ha ispirato per paragonare certi uomini alla fuliggine, perché come la fuliggine sporcano le cose, anche se col tempo ci si riesce a liberare della polvere che lasciano addosso. Il video è stato girato da Umberto Nicoletti sulla spiaggia di Rosignano e anche se non sembra faceva un freddo pazzesco, perché era gennaio.

C’è un brano del disco a cui si sente più legata?
È difficile sceglierne solo uno, tutti sono legati a periodi specifici. In particolare Amar la lentezza è un pezzo più tormentato. È autobiografico e soprattutto mi ha permesso di creare una sorta di passaggio da una situazione all’altra nella mia testa, è stato come una terapia.

Se per un suo prossimo album potesse scegliere una collaborazione a piacere, chi chiamerebbe?
Ci sono tantissimi artisti sia italiani che stranieri con cui mi piacerebbe lavorare per imparare da loro. Mi piace tantissimo Cristina Donà, di stranieri vorrei lavorare con Tori Amos e Fiona Apple… punto in alto, io! Anche Carmen Consoli.