di Marco Agustoni

Con alle spalle trent’anni di carriera e decine di dischi, gli Incognito hanno avuto un grandissimo influsso sulla musica recente, eppure, invece di restarsene in panciolle a godersi il proprio status di band di culto, i musicisti capitanati da Jean-Paul Maunick, in arte Bluey, continuano a suonare con la stessa energia degli esordi e a incidere album con regolarità. Ne è una conferma l’ultimo arrivato, Transatlantic R.P.M., in cui la consueta miscela di soul, funk e jazz nota come “acid jazz”, di cui gli stessi Incognito sono considerati tra i padri storici, consegna ai fan del gruppo una serie di tracce perfettamente in linea con gli standard qualitativi del passato. Ospiti d’eccezione, il “nostro” Mario Biondi e la cantante americana Chaka Khan. Ecco come ce ne ha parlato in un’intervista esclusiva Bluey.

Cominciamo dal disco: in che misura si ricollega e in che misura si distanzia dai vostri precedenti lavori?
Per me il nostro è un corpo di opere coeso, quindi in ciò che faccio ci sarà sempre un pezzo del mio passato, un pezzo del mio presente e un pezzo del mio futuro. Non si cambia nel giro di una notte. Spero che quando la gente sentirà Transatlantic R.P.M. si identifichi con il sound degli Incognito. Non voglio perdere quella che è la nostra identità, perché è qualcosa di estremamente importante per me. Ma voglio anche che la gente percepisca che questo è un nuovo viaggio, perché lo è stato anche per me.

Ormai suonate da trent'anni: quanto vi sentite cambiati?
Penso che non sia cambiato poi tanto. Ma qualcosa, in effetti, lo è. Ad esempio, in questo album ha suonato un giovane batterista e si sente la sua influenza, perché appartiene a un'era diversa. Lui ha una ventina d'anni, io cinquantatre, e il nostro precedente batterista era l'unico più vecchio di me! Ma tornerà presto...

E quanto è cambiata l'industria musicale, in questo periodo?
Completamente! Un tempo si vendevano gli album nei negozi, ora i negozi di dischi non esistono più. Adesso se una persona vuole la tua musica senza pagare, può averla, e questo sta cambiando il mondo. Fortunatamente per me, la gente che ascolta gli Incognito vuole ancora il disco, la copertina, vuole venire ai concerti, vuole far parte degli Incognito e di quel che rappresentano. Abbiamo un rapporto diretto con i nostri fan: mi scrivono e io gli rispondo, parlo molto online con loro, anche se questo alle volte può essere faticoso. Ma non si tratta di una questione anagrafica. Tanto per dire, abbiamo suonato da poco in alcuni festival in Est Europa, assieme a gente come Jamiroquai o Gotan Project. Il pubblico di Jamiroquai appartiene per lo più a un'altra generazione, ma quando ci hanno sentito si sono entusiasmati, ci hanno scritto e hanno cominciato a seguirci.

Ma il download digitale rappresenta solo un male o anche un'opportunità, per la musica?
L'unica cosa che posso dire è che le cose stanno così, questa è la realtà. E non ha senso ignorarla, né guardare solo ai lati negativi. L'intera industria aveva più soldi, in passato, tutti erano pagati di più, ora invece dobbiamo reinventarci, trovare nuove strade, e questo in qualche modo è eccitante. Perché è facile adagiarsi, in questo mestiere, proprio come un grasso gattone viziato.

Cosa pensa che gli Incognito abbiano lasciato ai giovani musicisti di questi ultimi anni, come appunto i Jamiroquai?
Che ti piaccia o no, se vivi abbastanza a lungo sarai guardato come un maestro, il padrino di qualcosa, il nonno di un certo tipo di musica... è il tempo che passa. Ma quel che mi importa è un'altra cosa. Qualche mese fa abbiamo suonato in Thailandia e, per nostra scelta, quando suoniamo in posti che non hanno le stesse opportunità del nostro Paese, teniamo dei workshop di musica. Quando lo abbiamo fatto lì, pensavo che sarebbero venuti solo vecchi fan degli Incognito. Qualcuno c'era. Ma la stanza era piena di dodicenni, quindicenni, diciassettenni che volevano imparare a suonare la tromba, il sassofono... Per me è stato fantastico. Per suonare devi fare pratica, devi fare ricerca, conoscere la musica di chi è venuto prima di te. Non puoi semplicemente arrivare e pensare di diventare subito un grande musicista. Purtroppo oggi è pieno di ragazzi che vogliono solo diventare delle star il più in fretta possibile, quindi cercano delle scorciatoie.

Cosa significa per lei il termine “acid jazz”?
Probabilmente significa più per me che per qualsiasi altra persona. C’è tanta gente che dice: “L’acid jazz è morto” e così via. Ma per me questo termine descrive alla perfezione ciò che abbiamo fatto e facciamo. Il jazz funk è stato creato dai musicisti, i dj non erano coinvolti, non lo si ballava. L’acid jazz è stato un movimento creato dai dj, invece: Gilles Peterson, Eddie Piller… le domeniche pomeriggio a Camden Town, nei locali, con la gente che arrivava con in mano le scarpe e le magliette di ricambio per ballare, altri che si portavano dietro borse piene di dischi. L’acid jazz non è semplicemente un genere musicale, è un movimento e ha coinvolto musicisti, dj, ballerini, produttori di abbigliamento…

Tornando all’album, parliamo degli ospiti: come è nata la collaborazione con Mario Biondi?
Più o meno sei anni fa una persona che era in tour con noi, un fan italiano degli Incognito che ci faceva le foto, a Roma mi disse: “Devi sentire il Barry White italiano”. Ora so che Mario odia questo paragone… Comunque, all’inizio pensavo fosse uno con la voce profonda, un po’ tipo Zucchero. In realtà lo aveva già sentito, anche se non conoscevo ancora il suo nome. Il suo tono di voce era fantastico e le sue canzoni mi piacevano molto. Poi un giorno, uno dei musicisti di Mario lo ha portato a uno dei nostri show e ci siamo incontrati. Ci siamo detti cose tipo: “Ehi, io adoro la tua musica”, “Anch’io la tua” e così via. Siamo entrati subito in sintonia. Ci sono persone con cui vuoi fare qualcosa non perché vuoi ottenere qualcos’altro in cambio, ma semplicemente perché c’è una connessione. Se Mario mi chiama per suonare con lui a un festival, so che non lo fa perché ha bisogno di avere gli Incognito con sé per diventare più famoso, ma perché ama quel che faccio. E viceversa.

E Chaka Khan?
Per Chaka Khan avevo lavorato un po’ di tempo fa, poi ero andato con lei a uno show negli UK, chiamato Here Comes the Girls, con Anastacia e Lulu. Visto che si era trovata bene con me, mi aveva chiesto di essere il direttore musicale e io, anche se ero nel mezzo del mio album  e prima di allora non avevo mai interrotto le lavorazioni di un disco, le ho detto: “Lo farò, non per i soldi, ma per una sola cosa: canterai nel mio album”. [ride] E lei ha detto di sì.

Riguardo al singolo Low Down, come mai la decisione di cimentarsi con questo vecchio successo di Boz Scaggs?
Alla fine degli anni ’70 lavoravo in un negozio di dischi nel nord di Londra, e all’epoca di negozi di dischi ce n’erano a ogni angolo di strada, non era come adesso, quindi avevamo molta concorrenza. Ma ciò che distingueva il mio erano le importazioni. Il venerdì sera arrivava questo tizio con un furgoncino e ci portava dischi dall’estero: Boz Scaggs, Earth Wind & Fire e via dicendo. Era la mia specialità. Uno dei più grandi successi del negozio era un album intitolato Silk Degrees, di Boz Scaggs, in cui c’era Low Down. Per questo motivo ho sempre voluto, prima o poi, rifare quel pezzo, visto che era una parte di me. Ma avevo bisogno di qualcuno con una voce adatta. E Mario è quella persona.