di Marco Agustoni

Quartiere Coffee, Vibra Town. Quasi quasi sembra il nome di una zona cool di una non meglio cittadina caraibica. Invece siamo dalle parti di Grosseto, da dove i QC provengono e, con un ampio bagaglio di influenze musicali, hanno cominciato a suonare. Dopo l’esordio In A, ecco il loro secondo disco, Vibra Town, per l’appunto, in cui roots reggae, dancehall, ragga e dub si amalgamano in una piacevole miscela. Ce ne ha parlato la voce della band, Tommaso “Kgman” Bai.

Avete un approccio piuttosto eclettico al reggae, mescolando roots, dancehall, dub e via dicendo…
Sì, perché essendo un passione forte qualsiasi produzione che sentiamo nostra ci va bene, non è che possiamo selezionare reggae, roots, bash, dancehall … quindi è naturale che poi il disco si sviluppi in questa maniera.

Anche da un punto di vista linguistico, nel disco alternate italiano, inglese e patois giamaicano: con quale vi sentite più a vostro agio?
A livello di espressione, nel cogliere una determinata emozione, di certo l’italiano come lingua permette più sfumature, grazie alla sua complessità. Però ovviamente per lo stile e il sound il patwa è proprio a un altro livello, è adatto a quel tipo di vibes.

Per realizzare questo disco siete finiti anche a New York: come è andata?
Abbiamo sentito un ragazzo di lì che ha lavorato con Nas e Sean Paul e lui ci è venuto molto incontro, così abbiamo fatto tutta la masterizzazione a New York, per avere tutte le vibes come ci piacevano, perché quella musica viene da là e là deve nascere.

Nel disco ci sono varie collaborazioni, ad esempio con Elephant Man: come sono nate?
Noi siamo dei frequentatori indiretti del mondo giamaicano, perché qui a Grosseto ci sono persone che spingono davvero molto le radici. Quindi ci sono conoscenze, incontri, frequentazioni. Perciò si trova sempre il modo di collaborare con artisti internazionali come Elephant Man.

Negli ultimi anni il reggae italiano si è dimostrato molto vivace: da dove pensate che nasca questa vitalità?

È ancora un genere vero, che ti tira fuori certe emozioni. Io lo vedo davvero come “tutti alla riscossa”, come poteva essere una volta il punk. E non è ancora uscito del tutto. Prima o poi le major si accorgeranno che c’è un fiume di gente che ascolta reggae.

E non pensate che quando le major se ne accorgeranno potrebbero corrompere questa spontaneità?
Tra tutti i miei amici, non ne ho mai sentito uno che abbia detto “Lo faccio perché così vado in televisione”. Non è quello. Però ovviamente per avere una determinata qualità ed essere trattati come artisti di alto livello ci vuole una certa visibilità.

Cosa ne pensate della cacciata del Rototom Festival dalla sua sede originaria: è il sintomo di qualcosa a un livello più globale?
Eh… sì. Io quando sento i vecchietti che si lamentano e dicono “Non va bene niente” rido, ma alle volte mi viene da pensarla alla stessa maniera perché la situazione, ragazzi, è strana. Non va proprio bene per niente…