di Marco Agustoni

C’è chi chiama il Salento la Giamaica d’Italia. eppure l’isola che tanto ha dato alla musica dell’ultimo secolo ha lasciato traccia un po’ in tutta la penilosa italica: ne sono un esempio The Scalas’ Big 9, band piacentina che del recupero del sound giamaicano sembra aver fatto una missione. Nel secondo, omonimo album la formazione ha risuonato celebri pezzi del passato riarrangiandoli in chiave ska e rocksteady: oltre a Personality, brano che fu cantato tra gli altri da Mina, e Perhaps, Perhaps, Perhaps, Perhaps (versione inglese di Quizàs, Quizàs, Quizàs di Osvaldo Farrés), nel gioco sonoro degli Scalas è stato coinvolto anche un caposaldo della musica italiana come Il cielo in una stanza di Gino Paoli. Ce ne ha parlato Michele Serpesi, bassista della band.

Come è nata questa vostra passione per le sonorità giamaicane?
Noi siamo in undici in gruppo, sette dei quali siamo praticamente amici d’infanzia. Nel nostro paese c’è un corpo bandistico dove bene o male abbiamo bazzicato un po’ tutti. Abbiamo scelto queste sonorità prima di tutto perché ci sono i fiati, quindi veniva da sé, poi in questi generi a differenza di altri si amalgamano più gli strumenti, non c’è qualcosa che spicca più del resto, perciò non c’è un solista e gli altri dietro. Tutti quanti portano il loro contributo.

Prima di registrare il vostro ultimo disco, siete passati attraverso alcuni cambi di formazione: questo vi ha portato verso nuove direzioni?
C’è stato un attimo di assestamento, nel senso che il cantante che avevamo prima purtroppo non è potuto più venire con noi, lo stesso il chitarrista, quindi abbiamo trovato due ragazzi nuovi… abbiamo portato a quattro elementi la sezione dei fiati, si è aggiunta una voce femminile, nel giro di un annetto abbiamo ricominciato a suonare e dopo due o tre mesi abbiamo fatto questo album. Sicuramente tutti questi cambiamenti sono stati un valore aggiunto, dalla voce femminile alla sezione fiati.

Come è avvenuta la scelta dei brani per il disco?
Per l’appunto, dopo questo cambio di formazione ci siamo reinventati. Ci siamo avvicinati di più allo stile degli anni ’60, al rocksteady, e abbiamo preso dei pezzi che da un certo punto di vista erano molto poveri, non avevano i fiati, armonizzazioni e così via, e ce le siamo costruite addosso apposta per noi. Abbiamo fatto un po’ più gli arrangiatori che gli scrittori. Le canzoni italiane le abbiamo fatte perché è molto bello suonare ai concerti, la gente balla e si diverte, però in inglese non canta, così abbiamo fatto un esperimento con Il cielo in una stanza e… la gente canta ed è contenta. Mentre Personality l’abbiamo scelta perché in Italia una volta andava molto fare la canzone straniera con il testo in italiano: visto che questa è una canzone degli anni ’50 con il testo in inglese, noi abbiamo fatto questa versione per ridare un senso di retrò.

Rispetto al disco, come suonano i vostri brani dal vivo?
Nel nostro album la cosa che abbiamo cercato di tenere di più è la fedeltà ai suoni dal vivo. L’album è stato registrato tutto in presa diretta e con i nostri strumenti. Quindi quel che facciamo nel cd è esattamente quello che si sente dal vivo (o quasi, a seconda dell’impianto e dei posti a disposizione).

Prenderete in considerazione l’ipotesi di scrivere brani inediti per i vostri prossimi lavori?
Sicuramente. Quest’estate siamo impegnati in diversi concerti, d’inverno invece ci dedicheremo anche alla scrittura di brani inediti. Ormai è un anno e mezzo che suoniamo con questa formazione e ci siamo amalgamati bene, quindi è una cosa che ora ci verrà anche più spontanea.

Avete già in mente che direzione sonora prenderete, in futuro?
Di base ci siamo assestati. Forse però rallenteremo un attimo, rispetto a questo disco, che rispetto al nostro obbiettivo di suonare rocksteady roots originale, è un pochino veloce.