di Marco Agustoni

Impinguinati nei loro completi da veri gentlemen, il cantante Theo Hutchcraft e il tastierista Adam Anderson, meglio noti con il nome di Hurts, sono indicati da molti come la Next Big Thing della musica a venire. A dire il vero, il loro sound non è propriamente originale e richiama in maniera spiccata il synth pop anni ’80 alla Depeche Mode, ma per qualche imprevedibile traiettoria degli eventi il duo ha intercettato i favori del pubblico e sembra pronto a sfruttare l’occasione. Il primo disco, Happiness, è stato anticipato dai singoli Better Than Love e Wonderful Life, ed è impreziosito da un duetto con Kylie Minogue in Devotion. Ecco come gli Hurts hanno presentato la loro opera prima alla stampa.

Voi due vi siete conosciuti in circostanze particolari…
Adam: È stato quattro anni fa, fuori da un orrido night club di Manchester.
Theo: I nostri rispettivi amici stavano litigando, ma noi no. Così, abbiamo cominciato a parlare, di Prince, di Michael Jackson e di molte altre cose. Siamo diventati amici e abbiamo anche provato a lanciare un’altra band, ma senza successo. Poi, un anno e mezzo fa, sono nati gli Hurts.

A Manchester sono passati molti musicisti di successo: cosa c’è di speciale in questa città?

Theo: Non c’è un vero e proprio sound di Manchester, perché tutte quante le band di Manchester hanno il proprio sound. Per dire, a Liverpool c’è un Liverpool Sound, ma lì no. È un ambiente che spinge a far emergere la propria individualità. È un posto splendido per fare musica, ci sono un mood e una malinconia particolari. In Italia, d’estate il cielo è azzurro. A Manchester, d’inverno il cielo è grigio scuro, d’estate… è grigio chiaro.

È vero, Adam, che da piccolo non conosceva la musica?
Adam: Sì, vivevo in un paesino e a casa mia non si ascoltava mai musica, non ero mai entrato in contatto col pop. Fino a diciannove anni non avevo mai neanche comprato un disco. Il primo è stato Ok Computer dei Radiohead.
Theo: Il mio invece è stato un disco di Eminem, il che dimostra come negli Hurts ci siano influenze molto diverse. Ma è una relazione che funziona, è per questo che non litighiamo mai: perché sappiamo che gli Hurts hanno bisogno di tutti e due.

Quali sono i gruppi che vi hanno influenzato maggiormente?
Theo: I Depeche Mode, i Tears for Fears, perché riescono a fare musica elettronica che sia comunque calda, e anche gente come Prince e David Bowie, perché fanno pop music in modo unico e ci mettono della profondità. C’è stato un momento in cui analizzavamo tutte le loro canzoni in maniera ossessiva per arrivare a capire come fare la canzone pop perfetta. Ma non ce l’abbiamo fatta. E abbiamo capito che non c’è una formula.

Comunque, dedicate ancora una grande attenzione ai dettagli…
Adam: L’album era già finito, ma noi abbiamo passato altri sei mesi a curare dettagli di cui non importava a nessun altro. Ci saranno cinquanta versioni di ogni canzone.
Theo: Le facevamo ascoltare alle altre persone e queste ci dicevano: “Ma non è cambiato niente!”. Però, almeno sappiamo che non potevamo fare meglio di così. La felicità cui allude il titolo è sapere che se qualcuno ci viene a dire che il disco fa schifo, noi non potremo pensare che, se ci fossimo impegnati di più, non sarebbe stato così.

Come siete riusciti a convincere Kylie Minogue a cantare nel vostro album?
Theo: È stata una cosa fantastica, inaspettata. Le abbiamo semplicemente scritto chiedendole se le andava di cantare in quel pezzo, e a sorpresa dopo due settimane ci ha risposto dicendo di sì. È una cantante bravissima e ha anche un lato oscuro e malinconico, per essere una popstar.