di Fabrizio Basso

L'eterno fascino della Rapsody in Blue questa volta ha sedotto Riccardo Chailly e Stefano Bollani. Il maestro c'era già cascato trenta anni fa e non ha saputo resistere alla tentazione di rimettere mano al repertorio di George Gershwin quando il jazz di Bollani è entrato in rotta di collisione con gli spartiti del compositore di New York. In questa operazione si sono fatti spalleggaire dall'Orchestra del Gewandhous di Lipsia. L'album parte dalla Rapsodia in Blue per poi passare a Concerto in F, Catfish Row e chiude con una composizione giovanile di Gershwin, Rialto Ripples.

Maestro Chailly c'è ricascato con Gershwin.
Parecchi anni fa a Clevaland. Ma questa volta è stato diverso.
Ovvero?
Abbiamo scelto altri brani e una diversa tecnica interpretativa.
Il tocco di Bollani è perfetto.
Mi è subito piaciuto il suo jazz che passa attraverso una preparazione classica.
Il Concerto in F è impegnativo.
Suscita disabituduine tale è la sua complessità. Alla forma rigorosa e classica abbiamo unito una libera interpretazione che è filtrata dallo swing.
L'Orchestra come ha reagito?
Ha adattato il suo rigore.
Rialto Riples è uno dei primi brani incisi da Gerswhin.
E' nato per pianofrte a rullo, fu la sua prima cosa stampata. Oltre la melodia c'è un forte senso di gioco. Necessita di improvvisazione.
Poi è ricascato sulla Rapsodia...
La prima scelta è stata farla con l'orchestra ridotta da jazz band: acusticamente il suono è più crudo rispetto a quello opulento della grande orchestra.
Eccoci al Concerto in F
E' un brano difficilissimo per un concerto. Ed è complesso. L'orchestra deve stare allerta sempre e deve sapersi adattare alla flessibilità dello swing imposto da Bollani. Ci vuole massima attenzione ai dettagli.
Prossimo progetto con Bollani? Ammesso che ne abbiate altri?
L'idea e quella di mettere le mani sui Concerti di Ravel. Ma fra un po' di tempo.